Roosters campioni d’Italia

Senza storia gara 3. Varese riconquista il titolo dopo ventun'anni di attesa

Il sogno si avvera: Varese si cuce sulle magliette madide di sudore, e questa sera anche di sangue, l’agognata stella, blasone inequivocabile della grande squadra da leggenda. I Roosters ammazzano anche la serie finale: non c’è storia in gara 3 in un PalaIgnis ai limiti della, e forse oltre, della propria capienza (per la cronaca il vostro cronista era accovacciato in un pertugio tra gambe altrui…).

Non c’è storia ed è come ce lo fossimo sempre detti che sarebbe andava così, che si vedeva dal clima infuocato a più di un’ora dall’inizio, da come le squadre sono entrate in campo e hanno fatto riscaldamento che la storia di stasera era la storia di un trionfo annunciato. E di una partita a tratti surreale, giocata con enorme intensità e tensione per i primi  venticinque minuti e poi, con i Roosters a veleggiare fantasticamente a + 15, fino a + 18, andata avanti come in una atmosfera di sospensione irreale con Treviso totalmente incapace di porre resistenza a  quello che ad un certo punto sembrava un tiro a segno accademico. Non è ovviamente andata proprio così, ma al di là di tutto, forse non una maledizione, per usare le parole di Bulgheroni, poteva fermare deviare la storia scritta di questo scudetto ma una squadra con cinque e più fuoriclasse e non soltanto bravi giocatori, campioni dal sangue freddo e dalla mente salda. Non era certo il caso della Benetton di stasera evidentemente stanca, non certissima dei propri mezzi e stordita dall’epocale accoglienza del pubblico.

Varese corona il suo sogno come meglio non avrebbe potuto, con una certezza di vincere manifesta dal primo all’ultimo minuto. Già il primo tempo, in una partita, ripetiamo, fino a quel punto vera, Pozzecco e compagni filavano con otto punti di vantaggio: quasi a ribadire se ce ne fosse stato ancora bisogno, l’assoluto dominio in tutta la serie, in ogni frangente e ad ogni latitudine emotiva. Va detto di una Benetton costretta a rinunciare a Bonora dopo pochissimi minuti per uno strano infortunio; va detto anche che Pozzecco subiva a metà del primo tempo l’ennesimo brutto gesto di Nicola che con una gomitata probabilmente deturpava il naso di Gianmarco. Non che il Poz sia uno che se le leghi al dito ma lo smacco e l’onta per il play devono essere stati forti: il leit motiv dello spettacolo nello spettacolo offerto anche stasera sulle frequenze impazzite del play triestino era una scena simile a quella di Robert Carlyle in Trainspotting: "Il mio naso ha rotto, a me, proprio a me" era il suo grido di dolore e battaglia carico di minacciosi sfracelli rivolto verso il pubblico dopo ogni canestro. E si sa quanto poco basti a Gianmarco per essere stimolato a compiere gesti che noi umani possiamo solo guardare estasiati. Di questo si racconta stasera; perchè forse i dati numerici contano veramente poco. Di questo e di altri sensazioni sotto pelle più decisive. L’imbarazzo nel pronunciare la parola scudetto tra i tifosi in una terribile gara con la scaramanzia, l’emozione di Cecco Vescovi entrato alla grande anche stasera, la gioia incontenibile di Andrea Meneghin in mutande per una volta a dare spettacolo non solo cestistico e dirigere il coro dei sei mila urlanti; a raccontare di un immenso, non ci sono altre parole, immenso De Pol, con una voglia cannibale di riscattare la non buonissima prova di gara 2 che lo ha portato  a realizzare 21punti a tanta cattiveria agonistica che dovrebbe entrare tra le materia di insegnamento al minibasket. Manera De Pol, top scorer del match e,  per noi, MVP della serata, e forse di tutti i play off dei Roosters.

La gioia è incontenibile: la città, e siamo gia dopo la mezzanotte, è ancora tutta sveglia e risuona di una festa tenuta in serbo per le grandi occasioni, così di rado per la gente di qui. Si torna in cima come in fondo ci spetta che come indubitabilmente la squadra ha meritato per quanto ha fatto vedere in tutto l’anno. La fine, così spietata, così bella nella sua incontestabilità, sancisce un dominio che francamente in pochi si sarebbero aspettato. Varese fuori categoria, quest’anno in Italia, l’anno prossimo, speriamo, anche in Europa.
Occhio al mercato delle prossime settimane. la società ha in mano un giocattolo meraviglioso e a tratti di una perfezione esaltante unita all’umiltà. Sarebbe davvero un peccato mortale lavorare contro o pensare di prescinderne per logiche, anche legittime, di economia.
Vorremmo e forse ci meritiamo che la bellezza grande di questa.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 maggio 1999
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