In ricordo del mio amico e compagno Marco

A tutti coloro che hanno conosciuto Marco Soldati o forse no

Nella notte tra martedì 6 e mercoledì 7 novembre è morto per infarto Marco Soldati. Era troppo uomo, troppo serio, onesto, poco esibizionista e grande per essere conosciuto e stimato oltre la cerchia di chi ha fatto e vissuto il 68 e di chi l’ha conosciuto direttamente e personalmente.

Con alle spalle una famiglia straordinaria, profondamente cattolica, che come lui e grazie alla profonda pulizia morale e alla onestà e sincerità intellettuale, seppe però camminare e trasformarsi nel corso del processo storico, è stato uno dei pochi di una generazione che ha visto e vede molti tradimenti e persino troppi che hanno finito con l’essere disonesti persino con se stessi e le proprie idee.

Caro Marco, dai tempi di "Battaglia studentesca" il giornalino che tu con Gandolfi, Carlo Stella, Bonoldi, per qualche tempo anche Laura Motta, e tanti altri, venivate stampare nel 67-68 alla Federazione del PCI. Voi che comunisti non eravate o non eravate ancora, e vi differenziavate così da altri come il "bravo" Chicco Gallina, Madera, Valerio Crugnola e altri allora "extraparlamentari", che hanno poi del resto seguito strade divaricate, e si raccoglievano al Gramsci e nei cosiddetti gruppi maoisti. Non vi si disse di iscrivervi al PCI, memori forse di come Togliatti aveva già considerato "una risposta di comodo, troppo semplice, ma fasulla" dire a giovani che si dibattono tra ansie, domande e aspirazioni a voler fare qualche cosa di utile nella vita: "iscriviti al partito e troverai la strada per andare avanti". Vi iscriveste però, alcuni, per conto vostro. Sempre nel mezzo di discussioni accese, intense, appassionate e intelligenti come avveniva in quegli anni, sei stato fino all’ultimo uno dei pochi che ha avuto comportamenti di vita coerenti fino in fondo con te stesso. Generoso con gli altri fino alla morte e, anche nel caso, purtroppo, forse, troppo disinteressato verso te stesso.

Caro Marco, forse sei caduto proprio per avere fatto tu quello che in "A zonzo nella memoria" avevi rimproverato a me: "il disinteresse per il personale, portato fino all’autolesionismo".

Caro Marco, sei uno dei pochi che vorrei che tutti sapessero che mi eri amico e compagno, uno dei pochi che vorrei che tutti ti avessero conosciuto; uno dei pochi che vorrei si sapesse come eri e chi eri; uno dei pochi per cui vorrei tutti urlassero e si strappassero i capelli per la tua morte; uno dei pochi che mi lascia un vuoto che non so come riempire se non con queste frasi e parole così inadeguate, che per chi non ti conosceva suoneranno forse retoriche, forse persino patetiche..

La mia officina delle parole è così povera in momenti come questi, che non so fare altro che dare la parola a te stesso, attraverso l’unico tuo scritto che possiedo, quello pubblicato in "A zonzo nella memoria". Nel rileggerlo ci trovo persino cose che mi sembra di non avere mai colto. E quella tua precisione nel cogliere l’anacronismo e l’astrazione – che oggi potrebbe persino suonare ironica e canzonatoria di tanti "no global" e pseudo-sinistra che sono arrivati a fare ora quello che il ciellino Portatadino faceva oltre trent’anni fa – di chi per cogliere le ragioni e le motivazioni politiche e ideali del proprio impegno, pensava di dover andare fino in Brasile, o nel "terzo mondo".

In esso si ritrovano in filigrana l’aspirazione, l’ansia di conoscere, di sapere, di lavorare e costruire una vita degna di essere vissuta, di una generazione. Chi non ha sentito la necessità di ordinare le sue conoscenze in una visione complessiva del mondo nel quale viviamo e delle mete verso le quali marciamo, e la necessità di inserire in questa visione complessiva anche la propria esistenza, il proprio lavoro, le proprie scelte, non è mai stato giovane. Questa è una delle vie per cui si giunge ad essere comunisti, ma anche per cui si rimane tali, cioè a una visione rivoluzionaria della realtà e della vita. Tutte cose nostre, dei comunisti in primo luogo, intendo. In cui hai continuato a riconoscerti perché tu giovane lo sei stato e hai continuato ad esserlo. Per questo, anche senza partito, hai continuato ad essere quello che sei sempre stato. Non a caso si dice che "il comunismo è giovane" e ha davanti a se tutto il resto della storia.

Nel tuo scritto rivive, per altro, tutta una galleria di personaggi dell’epoca e l’epopea di un ‘68 visto e vissuto dagli onesti e "dal basso", spesso tradito dai molti che l’hanno vissuto "dall’alto" o solo per arrivare "in alto".

Rivivono le molte domande e i ragionamenti di una generazione che poi sarebbe stata tradita, in primo luogo da se stessa: per ambizione personale; per la natura della classe di origine di molti; per una "musicistica" predisposizione al rovesciamento contrappuntistico delle posizioni; per l’aristocratico e antiproletario modo di guardare al mondo e di intendere e vivere la vita; dalla voglia di trovare un posto nel Palazzo pasoliniano. Un altro grande, Pasolini, che ci ha lasciato un vuoto incolmabile e che anche tu, che pure come me non sei mai stato pasoliniano quando era in vita, sono certo hai pensato e ricordato nei giorni scorsi. Solo ora mi sovviene che il suo anniversario ha preceduto la tua data fatidica per pochi giorni soltanto; pochi giorni dopo il 2 novembre, quando in quello di circa 25 anni fa, mentre mi trovavo in "ritiro" solitario di 4 giorni a Sesto S. Giovanni, nella casa appositamente lasciatami da mia sorella (un’altra dello scientifico Galileo Ferraris già scomparsa), per preparare una relazione al Comitato Federale del PCI (questo anche si faceva allora: ogni relazione, anche di una semplice riunione di Comitato provinciale, era il frutto di giorni di studio, riflessione e lavoro), accesi il Telegiornale delle 13,30 per essere colpito dalla sconvolgente notizia della brutale violenza dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini.

Quanto vorrei diffondere a tutto il mondo questo TUO scritto; diffonderlo almeno a tutti quelli che posso raggiungere, affinché tutti, anche quelli che non ti conoscono e non sanno, possano almeno intuire se non pienamente avere, anche una sola e piccolissima milionesima parte di te e della tua umana rettitudine e coerenza, e della tua onesta pulitezza.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 novembre 2001
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