Manhattan anno zero

Che relazione c'è tra la pace come orizzonte di un movimento per la globalizzazione dei diritti e l'esito della lotta al terrorismo?

Non è compito di queste riflessioni una analisi della trasformazione che i fatti dell’11 Settembre porteranno in termini profondi all’evoluzione della convivenza e allo sconvolgimento del piano economico culturale, politico e perfino tecnologico che ha caratterizzato la conclusione del "secolo breve". Qui però mi interessa portare alla luce la relazione tra la pace come orizzonte di un movimento per la globalizzazione dei diritti e l’esito della lotta al terrorismo. Una lotta che, così come è impostata, potrebbe avere come suo presupposto la sicurezza di una parte sola – la più ricca – della società e la restrizione degli spazi democratici in tutto il mondo proprio quando si andava profilando una possibilità di globalizzazione dal basso e di consolidamento delle reti di società civile, fino al collegamento del mondo della produzione e del consumo sotto la lente inedita della valorizzazione sociale del lavoro.

È importante tener conto di come, dopo Genova, la sostanza della marcia Perugia Assisi sarebbe stata contro la guerra, anche senza Manhattan e senza i bombardamenti su Kabul. Ma cosa può comportare dopo il crollo delle Torri Gemelle e la deflagrazione del terrorismo la prima guerra del XXI secolo per la crescita di un movimento che si oppone al liberismo su scala planetaria?
Mi limito a poche osservazioni per punti.
La disumanizzazione delle vittime nelle menti degli aggressori è tipica del terrorismo: tuttavia ogni volta che esso è esploso non ci siamo limitati a combatterlo sul terreno militare, ma ci siamo spinti a isolarne le ragioni più insidiose ai fini del suo radicamento o per il successo della sua strategia. Come allora non renderci conto che individuare uno spartiacque nella civilizzazione o nelle differenze di cultura significa dare irreversibilità all’azione terroristica e portare il mondo verso uno scontro di violenza mai vista? Al movimento di Seattle, di Porto Alegre, di Genova tocca ora di crescere anche in Africa, nell’Islam, in Asia per non rimanere monco in una posizione solo di interdizione e di testimonianza.

Chi è cresciuto in una cultura democratica, cerca possibilità di cambiamento attraverso mezzi pacifici e l’affidamento delle soluzioni anche alle popolazioni e alla società civile. La guerra espropria questi soggetti ed anzi ne giustifica la marginalizzazione, cooptandoli nel proprio progetto finale o colpendoli se dovessero resistere. Con la guerra si è venuta a creare una situazione pericolosa, perché, sebbene il movimento si fosse mostrato capace di interrompere il cambiamento di marcia che il nuovo capitalismo voleva imporgli, nondimeno non sarebbe in grado di frenare, sotto la costrizione delle armi, il consolidamento del potere costituente della globalizzazione imposta dall’Occidente capitalistico. La pace è un punto dirimente perché, questa volta, ha a che fare direttamente con il rapporto col mondo, non solo con le relazioni tra nazioni, popoli, blocchi di alleanze.

Di fronte alla catastrofe occorre assumere davvero come linea politica la salvezza del mondo e non solo la sicurezza dell’Occidente. Anzi, occorre chiarire che la prima linea comprende anche la seconda e che invece non vale il viceversa. In sostanza, il vero concetto simmetrico a quello del rischio globale è, per dirla con Raniero La Valle, quello di una sicurezza sociale globale, garantita da una sfera pubblica internazionale che assicura diritti universali ad un mondo riconosciuto nella sua unità, unicità, indivisibilità . . Non siamo alla fine della storia e nemmeno al capolinea di uno scontro tra civiltà. Molti scontri invece si svolgono all’interno delle singole civiltà ed hanno motivazioni sociali e politiche che sono state ampiamente considerate nell’elaborazione del movimento "no global" e dalla revisione critica di molti dei principi guida dell’Occidente, compresi il consumo di massa distruttivo, la tolleranza verso la criminalità organizzata e le truffe finanziarie. Ogni civiltà è pluralista, divisa da antitesi e interessi contrapposti, mentre ci si vorrebbe far credere che la civiltà è identificabile con una dottrina economica, con la forza. Ma in tal modo si sposta l’ottica dello sfruttamento dal sistema produttivo capitalista a quello tra nazioni, tra Occidente e Islam, dando l’impressione di società omogenee in lotta su principi culturalmente inconciliabili e divaricate esclusivamente dal tema della modernizzazione. Il conflitto sociale non avrebbe ragione e, senza di esso, le prospettive di giustizia sociale sarebbero consegnate all’economia.

Nelle crisi è facile ricorrere a semplificazioni. Sono molti, da Panebianco a Galli Della Loggia, che vorrebbero ridurre il cristianesimo all’Occidente e censurare l’atteggiamento critico dei cristiani verso la guerra. Si capisce la loro irritazione, dato che, dopo l’11 Settembre, vorrebbero che l’Amministrazione Americana incassasse un consenso pieno alla linea mistificatoria dei due tempi: prima l’impiego della forza che distrugge il male, poi la pace. Questa volta ho l’impressione che l’avallo o meno a questa strategia passi anche dal ruolo politico che si riserveranno i cristiani. La loro presenza nella società e nei movimenti è oggi, almeno sul piano internazionale, più libera e più aperta alla contaminazione e meno compromessa con il potere che guida la globalizzazione in atto. E’ interessante tenere aperta questa reciprocità e registrare anche da sinistra un procedere non scontato su un percorso di avvicinamento tutto da sperimentare in corso d’opera. I social forum locali, il rapporto con il sindacato, le reti di discussione e di elaborazione tematiche registrano novità interessanti in questa direzione.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 novembre 2001
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