«Quanti Vajont dovremo ancora vedere?»

Renzo Martinelli ha presentato il suo ultimo film alla multisala Metropolis

Non ci ha girato intorno. Renzo Martinelli nel presentare il suo Vajont ha subito messo in chiaro che è stato un lavoro di impegno civile, poco ideologico. Poi però ha tirato fuori parole pesanti come dei macigni. «Quanti Vajont ci sono ancora? Dopo la morte degli oltre 2000 di Longarone di tragedie così se ne sono viste tante. Quell’Italia del ’63 con la sua rincorsa al benessere economico non c’è più. Non ci sono i partiti di allora, ma fatti come quello ce ne sono ancora tanti». Martinelli si è detto molto soddisfatto della risposta del pubblico. «Abbiamo fatto un film che per gli standard del cinema italiano è caro. Diciotto miliardi e molto lavoro di post produzione per creare un’atmosfera ancora più reale. Non ci interessava fare un documentario che avrebbero proiettato in un paio di sale d’essay a Milano e Roma. Sembra che abbiamo centrato l’obiettivo. Inoltre il film sta girando nelle scuole e il successo è incredibile».
Martinelli ha spiegato che c’è stato un lungo lavoro di preparazione e di elaborazione. Preziosissimi i consigli di Marco Paolini che per primo ha inchiodato milioni di italiani ad ascoltare il suo Vajont nelle sale teatrali e poi in Tv. 
Il film è molto riuscito. Due ore mozzafiato. Storie personali, dense di umanità che si intrecciano dapprima con la costruzione della diga e poi con le preoccupazioni del possibile disastro. Disastro che puntuale arriva nella notte del 9 ottobre del ’63. 
Nei titoli di coda e nella disperazione di Montaner, il geometra che aveva lavorato alla diga,  che cerca la moglie in mezzo al fango di Longarone, sta tutto il disprezzo per una società senza regole dove come dice la giornalista Merlin «La Sade non è uno Stato nello Stato, ma lo Stato stesso». Un’amara conclusione, ma che 38 anni dopo lascia aperte ancora ferite dolorosissime e che non hanno trovato risposte neanche nella Giustizia. 
Un film da vedere e da proporre soprattutto alle giovani generazioni perché non si dimentichi e si tengano allertate le coscienze sui rischi ancora forti del malaffare.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 novembre 2001
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