Guerra: «Ecco perché siamo contro»

L'intervento di Paolo Rossi, coordinatore provinciale della Margherita

Riceviamo e pubblichiamo

Tutti (o quasi tutti) non vogliono la guerra, tutti affermano che va scongiurata poi, fatalmente, cresce sempre a dismisura il numero di chi sostiene che ‘alcune guerre’ sono tragicamente ‘inevitabili’.

Qualcuna lo è davvero, per esempio quando si viene direttamente aggrediti, altre molto meno.

Oggi siamo di fronte ad uno scenario diverso, siamo di fronte alla voglia di mettere in atto una ‘guerra preventiva’ della serie: picchiamo per primi per evitare di prenderle poi (almeno questa appare come la giustificazione dominante).

L’impressione è quella di essere davanti ad un’opzione ‘bellica’ poco convincente e per nulla chiara.

La sensazione è anche quella che questa incertezza incombente sia radicata e che voli con piglio oltre i confini delle varie appartenenze politiche.

Gli ‘interventisti’ europei ed italici possono produrre, nella circostanza, tutti gli sforzi mediatici, tutte le più sofisticate ‘tecniche di comunicazione’ che vogliono dicendoci di tutto e di più:  dalla necessità di rispettare le ‘sacre alleanze occidentali’, dalla lotta al terrorismo, dall’urgenza di colpire un Paese cromosomicamente votato al terrore, insomma possono raccontarci quello che vogliono (anche se alcuni fatti sono assolutamente veri), ma tutto ciò non basta per scatenare una guerra dagli effetti diretti ed indiretti devastanti ed incontrollabili.

I servizi segreti americani, e non solo loro, con solerzia indirettamente informano dell’imminente ‘pericolo Saddam (che ovviamente non è uno ‘stinco di santo’, ma che non lo era nemmeno qualche anno fa quando gli stessi statunitensi lo armarono per benino e fino ai denti) un Saddam del quale avevamo perso le tracce.

Che il regime di Bagdad sia quello che tutti sappiamo non è una novità per nessuno.

Non dobbiamo però dimenticarci che questi stessi servizi segreti (ultimamente un po’ arrugginitisi), questa formidabile intelligence è la stessa che, purtroppo, in pieno letargo è stata tragicamente beffata l’11 settembre, la stessa che a distanza di tempo non è ancora riuscita a scovare Osama Bin Laden considerato, fino a poco tempo fa, il pericolo mondiale numero uno e che oggi, visto che pare imprendibile, ha lasciato lo scettro ed il gradino più alto sul podio dei criminali nel mondo al collega Saddam, vecchia conoscenza tornato, per l’occasione, splendidamente in auge.

 

Insomma è proprio così folle o politicamente ‘scorretto’ pensare che dietro questa operazione mediatica su scala internazionale tendente ad esaltare il presunto ruolo di ‘poliziotti buoni’, dei nostri alleati d’oltreoceano al servizio della libertà nel mondo non ci sia, viceversa, qualche interesse diciamo un tantino più venale ?

Tutto ciò, sia chiaro, non significa misconoscere il positivo rapporto tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Fino a che punto, però, Europa e Italia devono asetticamente seguire gli americani in tutte le loro opzioni politico- militari.

Si può essere amici ed alleati del popolo statunitense (più faticoso esserlo della scellerata amministrazione Bush) senza necessariamente vivere da ‘devoti cagnolini’.

I signori a stelle e strisce nella stanza dei bottoni avranno poi pensato alle inevitabili conseguenze di un intervento militare di questa natura soprattutto per i paesi europei, in particolare per quelli che, come noi, stanno in mezzo al Mediterraneo ? Questo aspetto forse a loro sta a cuore relativamente, a noi, viceversa, dovrebbe interessare moltissimo visto che viviamo ‘nelle immediate vicinanze della polveriera’.

E non si dica, per favore, che questo è ‘pacifismo di secondo ordine’ e che si manifesta in modo ‘unilaterale’. Non siamo certo noi paragonabili a quel genere di comunisti o ex comunisti che hanno sempre visto il male provenire da un’unica direzione (molti di loro si sono fortunatamente ricreduti). Noi, semplicemente, non vogliamo inutili spargimenti di sangue innocente, non vogliamo che problemi e gravi responsabilità e connivenze con il terrorismo da parte del Rais o di chiunque, seppur seri e gravissimi, si risolvano con l’indiscriminato uso delle armi. Vogliamo invece che proprio in questi drammatici e delicatissimi momenti venga esercitato ed esaltato il primato della politica e della diplomazia sull’aberrante scorciatoia rappresentata dal conflitto bellico e pretendiamo che ogni sforzo possibile, fino all’ultimo respiro, sia prodotto e profuso alacremente per scongiurare quello che Don Mazzolari affermava non essere semplicemente una calamità, ma un vero e proprio peccato mortale.

Un no alla guerra dunque senza incertezze ed indugi per vocazione ideale, per scelta razionale e politica e per rispettare, almeno per quanto direttamente ci riguarda, l’art. 11 della nostra costituzione:  ‘L’Italia ripudia la guerra’.

Paolo Rossi

 


Coordinatore Provinciale della Margherita

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 gennaio 2003
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