Le “amnistie sotterranee” della giustizia

Il caso "Abate" commentato dall'ex magistrato Francesco Pintus

Lo smaltimento dei processi è la vera emergenza della giustizia italiana. Lo dice Francesco Pintus, una carriera in magistratura a Varese, Milano, alla procura generale di Cagliari e in Cassazione, prima delle dimissioni, nel 1999. Oggi, assessore all’ambiente della Provincia di Varese. 

Dottor Pintus, che effetto le ha fatto leggere quelle pagine contro Agostino Abate sulla Padania? 
«Non mi ha fatto una particolare impressione. Il problema lo conosco da tempo. Già difesi Abate in passato, e oggi lo difendo ancora. La responsabilità di quanto è accaduto è però del Csm. Che ha avallato da tempo un atteggiamento in cui il magistrato viene lasciato libero di rispondere solo alla propria coscienza. E’ fatale, dunque, che privilegi processi che gli danno maggiore notorietà ed evidenza rispetto ad altri. Anche in Sardegna fu così. E c’erano processi che dormivano da otto anni. Purtroppo il Csm ha di fatto incoraggiato questo atteggiamento». 
La sinistra ha commentato con decisione: si tratta di una vendetta politica. 
«Scusi, ma se c’è un fatto di rilievo disciplinare o penale, bisogna trascurarlo perché non si pensi che dietro c’è una vendetta? Il principio del rispetto delle indagini vale per tutti. Detto questo, ripeto che secondo me Abate non ha fatto nulla di male, se non adeguarsi a una linea di tendenza portata avanti dallo steso Csm. E aggiungo anche che questa situazione è figlia naturale dell’obbligatorietà dell’azione penale».
Trova che ci sia un reale un pericolo di eccessiva ingerenza della politica nella magistratura? 
«In realtà credo che il problema principale sia un altro: lo smaltimento dei processi. Un magistrato si trovi ad affrontare una mole di lavoro molto ampia. Pensi che, secondo il ministero, ogni giorno vengono scarcerati cinque imputati per scadenza dei termini. Chi, allora, può decidere quali indagini sono prioritarie? Solo un ente responsabile lo può fare, in particolare il parlamento, altrimenti ci troviamo di fronte a tante amnistie sotterranee decise dai magistrati». 
Quali criteri privilegiare? 
«Tre criteri: la data di iscrizione nel registro generale, quella di scadenza della custodia cautelare e quella di prescrizione del reato. Io, nella carriera di magistrato, non ho mai avuto un’indagine con i termini scaduti o una custodia cautelare scaduta. Ma deve essere il parlamento, che corrisponde alla volontà degli elettori, ad affrontare il problema».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 gennaio 2003
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