Le scarpe dei potenti unite da una storia tutta varesina

Bush e Saddam, Putin e il re di Giordania indossano tutti le scarpe di Artioli, una azienda artigiana di Tradate famosa in tutto il mondo, mitica a Varese e poco conosciuta in Italia

"Famoso? Non mi fa tanto piacere diventare famoso perchè faccio le scarpe a gente che si fa la guerra" Così commenta la sua improvvisa fama Vito Artioli, lo stilista e imprenditore calzaturiero di Tradate assurto alle cronache perchè fornitore sia di Bush che di Saddam. 
"E poi" puntualizza con orgoglio varesino "Io famoso lo sono già: sono stato presidente della camera di Commercio per 10 anni, tra il 1970 e il 1980, ho creato il centro congressi a Ville Ponti e fatto restaurare la sala Napoleonica, ho creato l’interporto di Busto Arsizio" e via elencando una infinita serie di cariche che la dice lunga sui suoi impegni associativi non solo dell’imprenditoria varesina, ma anche a favore della promozione dell’industria calzaturiera e della moda italiana

Puntualizzazioni molto varesine, per cui i clienti sono sempre clienti, senza particolari distinzioni, e la cosa più importante è quanto si lavora e cosa si fa: "Non pensavo che potesse essere così importante sapere chi indossa le mie scarpe" afferma poi. Tant’è che solo per inciso salta fuori che tra i suoi clienti c’è anche Putin ("Il mercato russo sta diventando per noi importantissimo"), o la stirpe reale di Giordania, re Abdallah in testa, o il re del Marocco Amir, ("due persone molto degne anche umanamente, che fanno scelte coraggiose e democratiche"). O infine che nello show room interno all’azienda, situata in una delle piccole vie industriali tra Tradate e Abbiate Guazzone, è arrivata tutta la corte del principe ereditario saudita, con decine di Mercedes e tutto l’armamentario per bere il tè alla menta ("Ricordo che ho dovuto nascondere tutte le donne prima di farlo entrare. Sa, il suo casato discende direttamente da Maometto, ho ospitato praticamente un parente di Dio…").

Il successo mondiale dell’industria di Artioli, l’ultimo vero baluardo del settore calzaturiero in una provincia che è stata famosa per questo, è un successo più internazionale che locale: se le signore bene di Varese, per essere considerate tali, non possono prescindere da un acquisto nella boutique di corso Matteotti, in Italia il marchio Artioli è pressocchè sconosciuto ai più. E la stessa scelta dello show room varesino viene giustificata da Artioli così: "Quel negozio l’ho messo su per far divertire mia moglie – ci scherza su – Sa, io ho una mentalità varesotta: da noi deve lavorare non solo l’uomo ma anche la donna. Così diventa meno inutilmente lamentosa, più seria, più concreta e si sente pure più importante". Una affermazione assolutamente in linea con la struttura di tante piccole aziende locali, che hanno connotati ancor più coniugali che  famigliari "Anche se la nostra è ormai una vera azienda di famiglia: mio figlio minore, Andrea, ora si occupa del marketing e delle vendite nel mondo, mentre mio padre Severino,  capostipite e fondatore dell’azienda, a 98 anni viene ancora qui a lavorare otto ore al giorno". 

Nata nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, proprio grazie all’intraprendenza di Severino, ora la Artioli impiega 50 persone ("cioè è una industria piccolissima" puntualizza Vito) e ha tra i suoi clienti e rivenditori alcuni tra i più strepitosi negozi del mondo: da Harrod’s di Londra a Battaglia di Beverly Hills, da Saks Fifth avenue a New York a Clarence a Parigi. Un insieme di attenzione al cliente e di accortezza tutta varesina ("non si vende a credito: bastano un paio di bidoni all’anno per mandare in ginocchio l’azienda") ha poi reso possibile il miracolo, mettendo scarpe tradatesi ai piedi di Billy Wilder o di Danny Kaye.

"Gli americani sono stati i nostri primi e ancora oggi più importanti clienti internazionali – spiega Vito Artioli, che in America ci è andato per la prima volta come mozzo su una nave pur di pagarsi il viaggio, e vi ha mandato suo figlio a soli 14 anni a gestire il suo primo negozio  – perché apprezzano il buon gusto. L’Italia dovrebbe impegnarsi davvero, come non è mai stato fatto, in una politica industriale mirata, tesa a rendere sempre più importante questa caratteristica dei nostri prodotti, che tutto il mondo ci invidia. Noi il buon gusto l’abbiamo nel DNA, e da noi deve essere promossa l’industria del buongusto". Parola di Vito Artioli, stilista calzaturiero di Tradate, con 64.000 modelli di scarpe "Made in Italy" nel suo curriculum internazionale. E che rende Varese famosa nel mondo con understatement tutto varesino.


di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 gennaio 2003
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