Il dramma universale e umano di Enzo Nenci

Anticipata a sabato l'inaugurazione alla Civica Galleria della personale dell'artista emiliano

Enzo Nenci scriveva nel 1968 “Sentii la necessità di cantare con armonie nuove nelle forme, forme che intendono esprimere l’amore della natura nel dramma universale e umano” a proposito di quel gruppo di sue sculture chiamate “stalagmiti-stalattiti”, leit-motiv, come le definisce Franco Monteforte, “alla fase più matura della sua produzione artistica, quella che si apre subito dopo la seconda guerra mondiale con il trasferimento a Bergamo prima e poi, definitivamente, a Mantova”. 

E sono parole di un’espressività emotiva e spirituale profonda, così come emozionalmente profonda nei sentimenti è l’arte di Enzo Nenci, scultore che ha rappresentato una figura artistica di fondamentale importanza in Italia negli anni che vanno dalla fine della prima guerra mondiale fino al Settanta, e che, riproposto negli ultimi due decenni con una serie di importanti esposizioni a Mantova (1983, 1997, 1990) e Ferrara (1989), nel centenario della sua nascita, viene presentato con un’importante e ampia mostra antologica itinerante, a cui il curatore Luciano Caramel ha voluto dare un taglio storico-critico di grande interesse, e soprattutto fuori dagli schemi convenzionali che tradizionalmente accompagnano la figura di questo artista.

La Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate ospita la mostra dal 29 novembre 2003 all’11 gennaio 2004, raccogliendo esempi dei lavori di Nenci tra il 1925 e il 1970 già allestita presso il Museo Civico di Mirandola (fino al 16 novembre) e al Museo Virgiliano di Virgilio (Mn).

Nato nel 1903 a Mirandola, in provincia di Modena, da padre musicista e madre che era una contessa, nonché pittrice dilettante, Nenci (il cui lavoro è stato ampiamente riscoperto dopo la sua morte, grazie ai familiari, soprattutto al figlio Giorgio) ha fin da piccolo la possibilità di crescere in un ambiente intellettualmente e culturalmente stimolante e vivace, in una famiglia frequentata da musicisti, letterati, artisti. Vive la sua infanzia a Ferrara, dove si trasferisce nel 1907 e tra il 1925 e il 1928 attraversa un’intensa stagione espositiva che lo vede presente in importanti rassegne nel Ferrarese e, in generale, in Emilia. A questi anni risalgono i primi esempi delle sculture delle “Madri”, tema che, sviluppato nella famiglia, nel genere umano, proseguirà in tutta la sua produzione. 

L’infanzia in una Ferrara ricca di spessore culturale, l’adolescenza in cui studia musica, inizia a modellare, conosce artisti come De Pisis e Minerbi e letterati legati al milieu nazionale quali Corrado Govoni e Giovanni Cavicchioli, l’esperienza condotta diciottenne a Firenze presso lo scultore Ezio Ceccarelli che lo apre all’interesse per Rodin lasciano tracce profonde nella formazione di Nenci, che già nella prima fase del suo operare artistico pone l’accento su due “polarità”. Negli Anni Trenta si afferma in Nenci un tono classicheggiante, nella scelta dei soggetti e nell’impostazione dei volumi. Luciano Caramel pone quale punto di snodo e di raccordo tra il prima e il dopo nell’attività dello scultore il 1930. Esposti di questi anni due ritratti, Testa dell’aviatore e Ritratto virile, accanto a opere come Spirito malato e Il ribelle che preannunciano invece la possanza anatomica di alcune imprese di commissione pubblica soprattutto in grande scala. 

Nei cenni biografici che riguardano questo artista non possono essere dimenticati gli anni della seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1945, quando Nenci si impiega come capochimico in diversi stabilimenti ferraresi e della provincia di Rovigo, soprattutto per affrontare le necessità di una famiglia con molti bambini, dopo il bombardamento della sua casa-studio a Ferrara nel 1944 con la distruzione e il saccheggio anche di molte opere. Ed è in questo periodo che inizia a delinearsi una sua precisa personale linea stilistica, anche a causa di dolorose esperienze personali che si intrecciano con la tragedia del conflitto mondiale. Sul finire del 1945 è a Milano, trasferitosi con la famiglia dai genitori, dove esegue alcuni ritratti per il Cimitero Monumentale, quindi trova casa a Ponte San Pietro (Bergamo) per stabilirsi poi definitivamente alla fine del 1946 a Mantova, condotto in questa città dall’attività professionale che lo porta a impiegarsi in uno zuccherificio mantovano per la bimestrale campagna saccarifera. Ed è proprio a Mantova che le esperienze dolorose prima citate potenziano “in lui il senso di quel “dramma universale umano” cui ora sente di dover dare una risposta con la propria arte” (Franco Monteforte). 

Alle Stalagmiti-Stalattiti che rappresentano la maturità dell’artista,  Nenci inizia a lavorare nel ’48 a Mantova: e a questo proposito dichiarazione di intenti nelle mostre di Gallarate e  Mirandola sotto il profilo innovativo è già la scelta dell’opera  Stalagmiti-stalattiti, La caduta quale immagine guida della mostra. La caduta infatti non solo è un’opera tarda (1962) lontana dal Nenci delle maternità, dei ritratti o delle adolescenti, ma soprattutto è scultura di grande forza espressiva e libertà compositiva. In essa ciò che conta è il rapporto dell’oggetto scolpito con lo spazio circostante e soprattutto la considerazione del vuoto come elemento linguistico imprescindibile del fare scultoreo, che esalta e potenzia le forme dinamiche e sintetiche volute da Nenci. La mostra espone due tra i primissimi di questi singolari lavori, dedicati e intitolati alla famiglia, che danno corpo in maniera palpitante alla corrispondenza affettiva tra genitori e figli.

Il legame con la tradizione che accompagna quasi tutta l’attività di Nenci si legge in primo luogo nelle scelte iconografiche, non  molte, che ricorrono in continuazione, la maternità, i lottatori, i ritratti, particolarmente femminili, le adolescenti, gli affetti familiari, soggetti semplici e consueti, carichi tuttavia per Nenci, ma anche per la tradizione scultorea, di valori e echi simbolici. Parimenti anche le tecniche e i materiali (gesso, terracotta, bronzo) con cui Nenci ama lavorare sono conferma del suo profondo legame con gli aspetti più solidi e tradizionali della scultura. In particolare è proprio la terracotta patinata, trattata con grande mestiere e sensibilità poetica, che Nenci predilige per le sue opere migliori, perchè materia calda e vibrante, densa di echi e di memorie, capace di far vivere i volti, i corpi, la loro interna tensione espressiva. 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 28 novembre 2003
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.