Immigrati: il centrosinistra chiede un tavolo provinciale per l’integrazione

Varese – Sportelli immigrati e mediatori culturali tra le proposte di Ulivo e Rifondazione

«La legge Bossi-Fini è stato un intervento d’emergenza, ora occorre programmare i flussi migratori e modificare il numero delle regolarizzazioni in base alle autentiche esigenze lavorative del territorio».
Sul problema dell’immigrazione, arrivano le proposte dell’Ulivo e di Rifondazione: una posizione che vuole essere culturale prima di tutto. È tempo che si prenda atto – sottolineano i consiglieri provinciali Ds Laura Prati e Paolo Rizzolo, Gianpaolo Livetti di Rifondazione e Maria Sessa dell’Italia dei Valori – che l’extracomunitario va considerato un cittadino straniero con tutti i diritti e fra non molto cittadino italiano».
Per effetto della Bossi-Fini, in provincia sono 7.000 i lavoratori extracomunitari regolarizzati su un totale di 8.000 domande che collocano il Varesotto come quarta provincia lombarda nell’apposita classifica.
Ma il nostro territorio spicca per altri parametri: 100 domande di regolarizzazione ogni 100 soggiornanti, a fronte di una media regionale di 91 richieste ogni 100.
Da noi i residenti immigrati hanno raggiunto la 30.000 unità, il 3% della popolazione provinciale, addirittura il 6,75% in Varese. «Considerata la tendenza demografica negativa – spiega la Prati – il fabbisogno delle imprese e la necessità di lavoratori extracomunitari continuerà ad aumentare».
La quota di lavoratori spettanti al Varesotto per il 2004 è di 40 lavoratori stagionali e 240 per lavoratori subordinati. «Cifra assolutamente insufficiente – continua il consigliere – alla richiesta dell’industria o della società (vedi badanti) che non fa altro che riaprire le porte alla clandestinità di chi non può ottenere la regolarizzazione. La legge Bossi-Fini è servita a gestire un’emergenza, ora occorre fare una seria politica di programmazione dei flussi».
A tal fine l’opposizione di Villa Recalcati chiede che venga costituito un tavolo provinciale di coordinamento per le politiche d’integrazione cui siedano Provincia, Questura, Comuni, imprenditori, lavoratori, comunità degli immigrati, associazioni di volontariato.
Occorre – secondo l’Ulivo – creare una sorta di “cordone” culturale tale facilitare passo per passo l’integrazione: per esempio aumentando il numero degli sportelli immigrati. Al momento questi punti di incontro, orientamento, di solidarietà, sono solo 12 sui 142 comuni della Provincia. Troppo pochi, evidentemente, tanto più che sono proprio i grossi centri Varese, Busto, Gallarate a non avere la sensibilità o la volontà politica di aprirne di nuovi.
In secondo luogo, favorendo tutte le iniziative che consentano di ridurre le code a immigrati e datori di lavoro per ottenere le regolarizzazione, possibilmente affiancando stabilmente mediatori culturali e interpreti qualificati per snellire le incomprensioni linguistiche.
«Bisogna rendersi conto – aggiunge Livetti – che stiamo parlando non più di presenza marginali o temporanee bensì di individui produttivi organici a noi, che pagano le nostre pensioni. Dobbiamo considerarli cittadini stranieri a tutti gli effetti, se non già cittadini italiani».
«Occorre partire dal basso dalle scuole – conclude Maria Sessa – creando la figura dei mediatori culturali nelle scuole per favorire l’integrazione dei futuri cittadini. Tutti i vuoti lasciati dalle inadempienze delle istituzioni possono essere riempiti dalla malavita. Deve essere un imperativo culturale, oltreché economico, provvedere ad una giusta politica di coinvolgimento e di rispetto».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 marzo 2004
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