Dedicata una via all’eroe borghese

Si chiama "Largo Avv. Giorgio Ambrosoli" e si trova nel quartiere di Avigno

Varese avrà una luogo dedicato "all’eroe borghese"*. Si chiamerà "Largo Avv. Giorgio Ambrosoli", nel quartiere di Avigno. Una scelta nobile, etica, dovuta ad un uomo che, in tempi nemmeno troppo lontani, ha dato una prova altissima di cosa voglia dire avere senso dello Stato e  rispetto delle regole. 

Correva l’anno 1979. Per la precisione era l’11 luglio del 1979. Dopo una serata passata con amici, l’avvocato Giorgio Ambrosoli rientra a casa, ad attenderlo c’è William Arico, sicario mafioso assoldato da Michele Sindona. Tre colpi di 357 magnum pongono fine a una vicenda iniziata qualche anno prima.
Nel 1971 la Banca d’Italia ordina un’ispezione nelle banche di Michele Sindona. Le conclusioni degli ispettori sono preoccupanti: gravi irregolarità e carenze amministrative, operazioni bancarie ad altissimo rischio. E anche se gli ispettori non scoprono ancora i famigerati conti fiduciari, le loro conclusioni sono gravi al punto tale da chiedere lo scioglimento degli organi amministrativi. 
Nonostante la situazione, la Banca d’Italia non interviene, o meglio non viene fatta intervenire. Sindona è potente, conta appoggi di banchieri internazionali, ha conoscenti ed estimatori nel mondo politico, in particolare nella Democrazia cristiana. Persino al Vaticano il finanziere siciliano è di casa. Tre anni dopo, nel settembre del 1974, l’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, conferisce all’avvocato Giorgio Ambrosoli l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Gli scricchiolii di qualche anno prima sono diventati una vera e propria voragine che ha ingoiato miliardi. Ambrosoli non perde tempo. Nell’ottobre del 1975 entra nel cuore dell’impero sindoniano, ossia la società Fasco. La Fasco è il cavallo di Troia, ed entrarvi significa portare alla luce l’universo finanziario di Sindona e i suoi imbrogli. Ambrosoli ne scioglie il consiglio di amministrazione e inizia a scoprire i flussi di danaro e le transazioni sporche intercorrenti tra le varie società del gruppo. Come in un gioco di scatole cinesi la Fasco contiene le altre, è il perno attorno a cui girano gli affari del banchiere siciliano. I depositi fiduciari, fatti dalle banche di Sindona su banche estere, venivano poi girati alle società del gruppo. Erano delle vere e proprie immobilizzazioni di capitali, ma venivano contabilizzate come depositi pienamente disponibili che attestavano la loro liquidità. In questo modo veniva violata sistematicamente la legge bancaria e il codice penale. Un vero e proprio imbroglio alle spalle dei risparmiatori e della collettività. 

L’avvocato Giorgio Ambrosoli è un professionista serio e onesto, non fa sconti e non accetta i vari progetti di salvataggio di Sindona che freneticamente vengono proposti con il beneplacito di politici e faccendieri di turno, che eviterebbero al finanziere di Patti di rispondere penalmente del disastro finanziario e soprattutto ne farebbero ricadere sulla collettività il peso economico. Le pressioni e le intimidazioni su Ambrosoli e sul fidato Silvio Novembre, maresciallo della guardia di finanza, sono pesanti e scandalosamente esplicite. L’avvocato va avanti per la sua strada con i pochi collaboratori fidati. C’è un "lieve" scarto tra lo Stato ideale a cui si ispira Ambrosoli, fatto di dovere, onestà e senso delle istituzioni e lo Stato che gli si paventa, occupato da politici corrotti e faccendieri arroganti, dediti a coltivare solo interessi personali e non curanti delle regole democratiche.

Nel 1978 Ambrosoli presenta la seconda relazione ai giudici Viola e Urbisci. Anche se le cifre sono spesso noiose è interessante citarne qualcuna per avere la dimensione dei traffici delle banche di Sindona. La Banca Privata dichiarava operazioni in cambi per 67 miliardi e ne aveva invece per oltre 4000; lo stesso avveniva per la Banca Unione che dichiarava operazioni per 210 miliardi e ne poneva in essere per oltre 5000. Alla fine del 1978, Giorgio Ambrosoli si reca a New York per deporre dinnanzi al Gran Jury americano, perché, nel frattempo, Sindona sta per essere incriminato anche negli Stati Uniti per il dissesto della Franklin National Bank. È la fine del 1978 e iniziano le minacce di morte per spingere l’avvocato milanese a cambiare la deposizione davanti ai giudici americani. Ambrosoli è inflessibile. Il balletto di politici, avvocati e dubbi personaggi vicini a Sindona, per riuscire a salvare il salvabile, continuerà fino alla sua uccisione. 

Giorgio Ambrosoli è stato ucciso perché affermava lo Stato delle regole e della legalità in un’Italia dove, come afferma Flores D’Arcais, coesistono da sempre due borghesie: una della legalità piena di senso dello Stato e consapevole dei doveri spettanti ad una classe dirigente degna di questo nome; l’altra votata all’intreccio affaristico politico, che considera le regole dei lacci, le leggi valide solo per i fessi e l’onestà la virtù dei mediocri.
Il 14 luglio 1979 al funerale dell’avvocato Ambrosoli non presenziò alcuna autorità di governo e nessuna autorità in rappresentanza del governo. Correva l’anno 1979.

* "Un eroe Borghese" è il titolo del libro-inchiesta (1991, Einaudi) del giornalista Corrado Stajano


di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 18 aprile 2004
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