Emigranti anche i “terroni” di Cavaria

Testimonianza di una cittadina che rivede l'emigrazione di ieri e di oggi

«L’emigrazione, non è stata solo verso terre straniere, lo sappiamo bene, ma forte è stato anche il flusso migratorio dal sud verso il nord Italia». Ierina Dabalà inizia così una lettera inviata alla redazione di Varesenews, intitolata "I ‘terroni’ di Cavaria". Lettera che vuole proseguire il percorso iniziato nei giorni scorsi con la pubblicazione della lettera di Graziano Resteghini dedicata agli emigranti. «Un breve "racconto" sull’immigrazione – spiega Ierina -, così come lo ricordo, come ho visto, da ragazzina, il grande flusso di meridionali nei nostri paesi».

Cavaria, anni ’60, la Fonderia Filiberti al centro del paese, inondava di fumi l’asilo e la scuola elementare, entrambe a ridosso della fonderia, ma non risparmiava le case intorno. A centinaia arrivavano gli uomini dalle regioni del meridione, inseguendo quel boom economico che regalava sogni di benessere, e trovavano subito lavoro; lì si vedeva uscire dalla fonderia neri dei fumi, maleodoranti per gli acidi usati nelle lavorazioni. Un po’ più difficile era trovare casa. Una parte di loro era alloggiata in una cascina proprio alle spalle della fonderia, in molti per stanza, finché la fabbrica non ebbe necessità d’allargarsi allora, magnanimi, i F.lli Filiberti fecero costruire quattro baracche di legno, il tetto di eternit, fuori paese, dall’altra parte della ferrovia, che i 160 operai lì alloggiati attraversavano ogni giorno, risalendo la scarpata, per abbreviare la strada fra "casa" e lavoro. 

All’interno un corridoio, ai lati le camere con vari letti, e in fondo una cucina e i bagni. Ma in paese non c’erano case per i lavoratori? Non era difficile vedere appesi cartelli con su scritto "Non si affitta ai meridionali", o meglio ancora "Non si affitta ai terroni", ma qualcuno di buon cuore c’è sempre, e affittavano a un tanto a letto, cercando di far stare in ogni stanza più letti possibili. Quasi sempre il lavandino di cucina serviva anche per lavarsi dal nero della fonderia, mentre la latrina era in cortile, comune per tutte le stanze che vi si affacciavano. E la gente del posto come reagiva? Erano ben contenti i commercianti, che vedevano, nell’aumento della popolazione, la possibilità di nuovi guadagni, ma c’era molta diffidenza nei confronti del "diverso". 

Certo, c’era già stata da quelle parti, la grande immigrazione dal Veneto intorno alla prima guerra mondiale (profughi dai luoghi delle battaglie che, trovato un lavoro più redditizio della miseria delle campagne, avevano chiamato parenti e amici a raggiungerli), gran lavoratori, è vero, ma "diversi" anche quelli, e le donne, poi, erano di "facili costumi"; quante servette "sedotte e abbandonate", avevano imboccato la strada della prostituzione! Ma i meridionali, era davvero difficile integrarli nella comunità del paese. Le ragazze del paese ricevevano "severi moniti" da parte dei genitori affinché non uscissero con i "terroni" che se non mafiosi (poco o nulla si sapeva allora della mafia), avevano molti altri difetti. In primo luogo chiudevano in casa le loro mogli e poi, si sa, non avevano voglia di lavorare. A conferma di ciò si citava il gran numero di reati commessi da quegli "sfaticati", che arrivavano anche a far prostituire le loro donne pur di non lavorare. 

Sono trascorsi 40 anni da allora, ma si sentono ancora i medesimi discorsi… nei confronti degli extracomunitari. Stessa paura del diverso, stesso razzismo. In questi 40 anni i "terroni" di Cavaria, quelli che non sono morti di cancro ai polmoni o di silicosi, hanno messo su famiglia, si sono comperati casa o hanno costruito la "villetta", comprando mattone su mattone e lavorando i giorni di festa, i figli hanno studiato, sono diventati, dottori, avvocati, assessori… Magari è andata peggio a quelli emigrati nelle grandi città, relegati in quartieri periferici, veri e propri ghetti, dove ancora oggi persistono sacche di emarginazione.

Ierina Dabalà

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 aprile 2004
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