«L’imam è colpevole», ecco le motivazioni

Depositata la sentenza che ha condannato a un anno e quattro mesi Mahfoudi per concorso esterno in associazione a delinquere

Aiutò persone vicine a Essid Sami Ben Khemais, capo della cellula terroristica di via Dubini, in attività di supporto al terrorismo. Ovvero la regolarizzazione di clandestini tramite documenti falsi. Ma proprio le carte  contraffatte erano la specialità, diciamo così, della cellula lombarda, nell’ambito di un network europeo dell’estremismo "salafita". 
La motivazione della sentenza che condanna Mohamed Mahfoudi, imam di Gallarate, a un anno e quattro mesi di carcere con la condizionale, chiarisce come è maturato il concorso esterno in associazione a delinquere e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Secondo la procura, ai sette arrestati nell’indagine del giugno 2003, erano riservati "compiti di supporto logistico", regolarizzazioni illegali attraverso tre cooperative: Service, Work Service e General Service, operanti tra Legnano e Varese.
Il gip, Giovanna Verga, nel giudizio abbreviato riservato a Mahfoudi e Trabelsi (quest’ultimo assolto), scrive, in sessanta pagine di motivazione (ma solo cinque sono quelle dedicate specificamente agli imputati), che l’imam è sostanzialmente confesso in ordine al suo coinvolgimento nella "regolarizzazione" dei clandestini, "attività che rientrava nel programma delinquenziale della cellula lombarda" che faceva capo, tra gli altri e fino al suo arresto, a Ben Khemais.
Coinvolgimento esterno, ma non organico. L’imam chiede infatti documenti per due frequentatori della moschea e per il cognato, tra il settembre e l’ottobre del 2002. Non risultano altre attività insieme agli altri coimputati.  
Nonostante ciò, il giudice ritiene l’attività di tramite tra la cellula che procura documenti e i clandestini non occasionale, in virtù di una frase pronunciata durante una conversazione telefonica intercettata nell’ottobre 2002. 
Che però non ci sia partecipazione "interna" alle attività del gruppo viene specificato in un altro passaggio, dove la sentenza chiarisce che Mahfoudi aveva conosciuto Ben Khemais e lo aveva persino aiutato a trovare la casa di via Dubini, ma successivamente non lo aveva mai frequentato perché portatore di idee violente. 
Tuttavia – è qui sta il punto – dopo il suo arresto, non poteva non sapere che, rivolgendosi a persone a lui legate, anche se non direttamente coinvolte nell’inchiesta del 2001, "avrebbe in questo modo contribuito alla vita dell’associazione prima di Ben Khemais  e poi di Youssef Abdaoui" (quest’ultimo, insieme ad altri quattro, Abdeklheidi, Loubiri, Jammali e Darraji, è imputato nel processo con rito ordinario in corso a Milano).
Lo stesso giudice ammorbidisce però la posizione dell’imam riguardo la circostanza di essere stato socio di una delle società: era solo una carica formale di cooperative che avevano un grande ricambio di collaboratori.
Mahfoudi si è sempre giustificato dicendo che ha agito per aiutare alcuni fratelli della moschea (era il male minore, meglio che lasciarli in clandestinità). La sentenza non lo smentisce:  "Forse proprio il suo incarico di imam – scrive il giudice – ha determinato il suo coinvolgimento nei fatti in esame". Ma questo non elimina il reato.
Il legale dell’Imam, Massimo Natali, ha confermato che farà ricorso in appello.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 aprile 2004
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