«Li ho uccisi, la mia vita finisce oggi»

Il padre omicida è stato già interrogato. All'origine del raptus sembra esserci un dissidio con la moglie

«Li ho uccisi, la mia vita è finita oggi». Sono state le prime parole pronunciate da Roberto Guaia (foto a sinistra) agli agenti della Polizia di Stato che lo hanno prelevato nella Basilica di San Giovanni dove si era fermato a pregare. La testimonianza è dell’avvocato difensore Sergio Bernocchi (foto sotto), all’uscita del primo interrogatorio di Guaia nel commissariato di Busto di Arsizio e del Pm Tiziano Masini. La terribile vicenda comincia ad assumere contorni più chiari nella sua dinamica e in parte anche nei moventi del raptus omicida. 
In base alla ricostruzione fornita dagli inquirenti il dramma sarebbe cominciato intorno alle 8 di questa mattina: Guaia e i due figli si alzano presto per andare al mercato. La figlia maggiore, di 17 anni, esce per acquistare le sigarette. L’uomo, ancora apparentemente senza una causa scatenante, va in bagno dove colpisce a freddo il figlio minore, di 14 anni. Il ragazzo pare tenti di scappare fuori sul balcone, ma un colpo alla gola lo sgozza. Guaia attende il ritorno della figlia. Con lei la colluttazione è più violenta. La ragazza cerca di difendersi, scappa per tutto l’appartamento, come dimostreranno le tracce di sangue sui pavimenti e sui muri di tutta la casa. Muore anche lei. Anche per lei un colpo letale alla gola. Quattro o cinque, il numero di coltellate non è ancora chiaro, con un coltello da cucina. 

Non è finita: il padre trascina i corpi in camera da letto, li stende sistemandoli come se i due ragazzi fossero stretti in un abbraccio. Poi li abbraccia a sua volta, lasciando l’impronta del suo ultimo gesto di disperazione. Si cambia d’abito, lava sia il coltello che il balcone del bagno e scrive una lettera in cui chiede scusa. Ma la tragedia potrebbe non finire qui. In base alle dichiarazioni del pm l’uomo esce a piedi con l’intento di uccidere anche il terzo figlio, Emanuele di 19 anni, che vive a Busto in casa di uno zio. Lo chiama al telefono: «Ho ucciso i tuoi fratelli, adesso vengo ad uccidere anche te». Un altro particolare agghiacciante: Guaia telefona anche alla ex moglie, in Germania: «Li ho uccisi – sembra abbia detto – adesso sarai contenta». Le due vittime vivevano infatti in Germania dalla madre. Erano a Busto da venerdì, domani sarebbero ritornati.

La donna chiama immediatamente i carabinieri. L’uomo nel frattempo prosegue il suo percorso a piedi. Getta il coltello in una siepe. Poi entra in basilica dove si confessa. È da qui che parte la chiamata alla Polizia. Gli agenti accorrono immediatamente, lo trovano raccolto in preghiera: «Li ho sgozzati – dice Guaia – li ho uccisi, la mia vita finisce oggi». L’omicida conduce gli agenti a recuperare l’arma del delitto e poi in casa dove si  presenta lo scempio. 

Questa la cronaca di una mattina di follia che ancora non ha spiegazioni certe. Roberto Guaia non è nuovo alle cronache: due anni fa si era arrampicato sul tetto di casa sua minacciando di darsi fuoco se non avesse ricevuto aiuto: aveva problemi di debiti, era senza lavoro ed aveva difficoltà famigliari. Secondo il pm l’uomo ha confessato di aver problemi con il video poker, ma sono soprattutto i legami con l’ex moglie ad essere scandagliati in queste ore. «Non volevo farli tornare dalla madre e non volevo soffrire nel vederli partire.» avrebbe dichiarato ancora in stato di shock durante il primo interrogatorio. Poi avrebbe anche rivelato: «Volevo vendicarmi di mia moglie». Dalle prime indiscrezioni sembra non ci fossero problemi nel rapporto con i figli, quanto con la madre e con la suocera, additata da Guaia come responsabile della crisi coniugale. 
Alla fine dell’interrogatorio, mentre lo stavano conducendo via, Guaia ha gridato: «Erano due minorenni innocenti, li ho amati, perdonatemi, vi chiedo perdono». (foto sopra: l’edificio dove, al piano terra, si è consumata la tragedia)

 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 aprile 2004
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