Processo sulla strage di Abbiate, tutto da rifare

Non si chiude la vicenda dell'uomo accusato di aver ucciso a coltellate moglie e figlia. La procura generale di Milano impugna la sentenza di Varese. La difesa chiede l'assoluzione per legittima difesa

Si riapre il processo a Pietro Volontè, l’unico sopravvissuto della strage di Abbiate Guazzone, avvenuta nel novembre del 2001 e nella quale persero la vita, uccise a coltellate, la moglie 35enne, Patrizia Duregon, e la figlia Giulia di 9 anni. La tragedia si era consumata tra le mura di casa, in via Sabotino a Tradate. Volontè, dopo un processo durato oltre un anno, lo scorso gennaio era stato condannato a poco più di sei anni per l’omicidio della moglie, mentre era stato assolto dall’accusa di omicidio della figlia.

Oggi quella sentenza è stata impugnata sia dagli avvocati della difesa di Volontè, sia dalla Procura generale di Milano. La difesa vuole chiedere l’assoluzione anche dall’accusa di omicidio della moglie, in quanto, secondo l’avvocato difensore, Paolo Riva, Volontè avrebbe agito «per legittima difesa». La procura generale di Milano, avrebbe dovuto "vistare" la sentenza del tribunale di Varese, ma in un documento di circa due pagine, sarebbero emersi alcuni dubbi sull’assoluzione per l’omicidio della piccola Giulia e sono state quindi chieste alcune integrazioni. 

Infatti, secondo la sentenza emessa dal tribunale di Varese, Volontè sarebbe stato incapace di intendere di volere dopo le prime due coltellate (sui corpi delle vittime, in totale, vi erano una cinquantina di fendenti). Con i primi due colpi avrebbe inferto alla moglie una ferita poi risultata mortale. Mentre le ferite sul corpo delle figlia non sarebbero da imputare al padre, ma alla madre. Per questo Volontè sarebbe stato assolto e comunque, se ne fosse responsabile, secondo la perizia non sarebbe stato in grado di intendere e di volere.

Secondo Lucio Paliaga, l’avvocato della famiglia Duregon, costituitasi parte civile durante il primo processo, «la pena che è stata comminata mal si concilia con l’efferatezza del reato. Anche noi pensiamo che una condanna più severa sia più giusta. La Procura generale ha chiesto di rivedere la sentenza, soprattutto nella parte che concerna la morte della bambina. Andremo avanti».
Si riapre quindi la questione giudiziaria di Pietro Volontè, questa volta con il processo di appello che si svolgerà a Milano con date ancora da definire.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 aprile 2004
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