Guerra in Iraq, la posizione delle Acli

Selmi: «Chi in Iraq ha portato la guerra non riesce a portare la pace»

Riceviamo e pubblichiamo

"Quando si mette mano alla guerra, si creano le condizioni perché l’uomo scateni il peggio di sé" queste parole tratte dalla recente intervista rilasciata dal cardinal Martini, sul corriere della sera, sintetizzano in modo efficace e tragico la verità che brutalmente ci viene messa sotto agli occhi con le immagini quotidiane della guerra in Iraq, in Palestina e con quelle più saltuarie delle altre guerre combattute nel mondo, specie in Africa. Il conflitto che maggiormente oggi ci coinvolge anche per la presenza di 3000 soldati impegnati direttamente sul territorio, è quello in Iraq. Una guerra che anche le ACLI, assieme a tante organizzazioni e movimenti hanno cercato di osteggiare in tutti modi. La presenza dei nostri militari è maturata fuori da un mandato dell’ONU, sulla falsa premessa che la guerra era finita. Ma la guerra non era finita ed ora è più combattuta che mai. I nostri soldati si trovano di fatto dentro ad un vero e proprio conflitto. Lo diceva in diretta, a mezzanotte della domenica 16 maggio, la cronista di Rai UNO, testimone delle azioni militari, lo abbiamo sentito ripetere dal papà dell’ultima nostra vittima al fronte. Non può essere questa la nostra presenza in Iraq, e pertanto è necessario e giusto venire via, anche per coerenza con l’articolo 11 della nostra Costituzione. E’ inoltre indispensabile creare una rottura tra le modalità della nostra attuale presenza e una eventuale mobilitazione futura alle direttive dell’ONU. Ora con più insistenza si invoca la presenza dell’ONU anche da parte degli USA , non per un ravvedimento di Bush, ma a causa dell’evolversi negativo degli eventi. Alle speranze per un nuovo scenario possibile, si uniscono le preoccupazioni nel costatare ancora una volta la debolezza e inadeguatezza di una Istituzione internazionale come l’ONU, della quale si sente e si invoca la presenza. Istituzione che fatica a rispondere alle attese, anche perché ancora strutturata sui rapporti di forza e sulle divisioni del mondo uscite dalla seconda guerra mondiale, e pertanto priva di strumenti e di organismi democratici e decisionali all’altezza dell’evolversi del ruolo degli Stati, del peso delle aggregazioni internazionali, della invadenza delle multinazionali e dei centri di potere economici, finanziari, militari. Comunque ben venga l’ONU, e sia messo nelle condizioni non di subalternità nei confronti degli Usa, ma di autonomia operativa, autorevolezza e credibilità indispensabili per tentare di "riportare la pacificazione, il ristabilimento della sovranità del paese e la lotta al terrorismo" come auspicato dal Cardinal Ruini, a termine dei lavori dell’Assemblea generale dei Vescovi italiani. Un ritrovato ruolo risolutivo dell’ONU in una vicenda compromessa e complessa come quella irachena, sarà oltretutto di buon auspicio anche per ricercare soluzioni nuove in altri conflitti che si stanno incancrenendo nella violenza quotidiana, a partire da quello tra Israele e Palestina.

Ruffino Selmi  
Presidente Provinciale ACLI Varese

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 maggio 2004
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