Il lavoratore immigrato? Uno schiavo sotto ricatto permanente

Una dura analisi presentata alla riunione dal titolo "Parliamo di integrazione" tenutasi presso la sede dei DS

La situazione degli immigrati nella nostra Provincia continua ad essere precaria; mentre è cruciale nel mondo del lavoro, il loro ruolo è del tutto marginale socialmente. Un giudizio così netto e duro è quanto si ricava dopo l’ascolto dei due relatori dell’incontro "Parliamo di integrazione", organizzato dai DS bustocchi presso la loro sede di viale Repubblica come seguito ideale alla festa sugli stessi temi tenutasi ai primi di aprile alla Colonia Elioterapica. 

Valentina Ameta, presidentessa di origine albanese della cooperativa Mediazione Integrazione di Varese, ha introdotto la serata – cui erano presenti, "ovviamente", più immigrati che italiani – parlando del tema fondamentale della mediazione culturale e linguistica. 

«In Italia c’è un 4,5-4,6% di immigrati sulla popolazione totale –  ha spiegato la signora Ameta durante la sua relazione –   ci si avvicina alla media dell’Europa a 15 che è del 5,2%. Solo in Provincia di Varese abbiamo 40.000 stranieri (su circa 900.000 resodenti). L’emigrazione è una scelta precisa e coerente, spesso di una famiglia emigra solo un ragazzo mentre i fratelli restano in patria; l’emigrazione è un investimento, perché con le rimesse di uno solo in Italia talora può vivere dignitosamente un’intera famiglia nel Paese d’origine. Ormai – ha continuato – i Paesi ricchi accolgono solo l’immigrazione che serve loro, quella che si accolla i lavori più difficili, faticosi e malpagati. Gli immigrati non rubano il lavoro, al contrario lo creano, ogni volta che prendono l’autobus o che comprano da mangiare. L’immigrazione serve a mantenere basso il costo del lavoro, perché gli immigrati accettano di lavorare in qualsiasi condizione, senza regole nè contributi, tale è il loro stato di bisogno. Gli imprenditori assumono ma spesso non spendono un centesimo in politiche di integrazione, neanche un misero corso base di italiano! Alcuni Comuni, come Somma Lombardo e Cardano al Campo, hanno organizzato sportelli immigrazione che rendono ottimi servizi e con cui collaboriamo efficacemente. Né Busto Arsizio né Varese, viceversa, si sono finora voluti dotare di uno sportello immigrazione (a Busto ne fa le veci la Camera del Lavoro, ndr). Il lavoro che ci dà più soddisfazione è quello per l’inserimento dei bambini e ragazzi immigrati nelle scuole italiane. Tenendo conto dei problemi enormi degli immigrati (il 70% è arrivato da clandestino e si è regolarizzato attraverso le sanatorie, nessun italiano vuole affittare loro una casa) è sorprendente vedere come l’integrazione scolastica sia buona, e ora si vedano tanti ragazzi iniziare le scuole superiori, non solo come effetto dell’allungamento dell’obbligo scolastico». 

Flavio Nossa, responsabile CGIL di Varese, ha quindi iniziato una vera requisitoria sulla condizione del lavoratore immigrato: «A partire dal ’98-’99 – ha spiegato – ci siamo spaventati constatando la maniera in cui gli immigrati "sparivano" una volta giunti qui. In 48 ore trovavano impiego e qualcosa di simile ad un alloggio, poi nessuno li vedeva più in giro. Gli immigrati hanno ricoperto una nicchia del mondo del lavoro apertasi con la crisi delle grandi industrie negli anni Settanta, da cui gli italiani si sono tirati fuori quasi totalmente. In parole povere, c’è ancora molto lavoro nero». 

Duro il commento sulla nuova legge sull’immigrazione, la Bossi-Fini: «Una legge su questa materia è una faccenda delicata – ha aggiunto Nossa – e occorrono anni perché entri a regime. Non si può andare avanti modificandola ogni governo che cambia. E se la Turco-Napolitano era già una delle più severe leggi europee sull’immigrazione, noi denunciammo che qualsiasi suo inasprimento avrebbe ricondotto alla clandestinità un gran numero di immigrati, come puntualmente sta avvenendo oggi. Con la Turco-Napolitano un immigrato aveva un anno, una volta perso il lavoro, per trovarne un altro; oggi con la Bossi-Fini ha sei mesi, ma se non lo trova e nel frattempo gli fissano il rinnovo del permesso di soggiorno tra otto, nove mesi, dati i tempi biblici della burocrazia, diventa automaticamente un clandestino. E si badi: con la Bossi-Fini si può parlare non più di permesso di soggiorno, ma di contratto di soggiorno. Perdere il lavoro significa in pratica perdere il diritto a rimanere qui: questo è il ricatto. E in fase di rinnovo del contratto di lavoro l’immigrato è come surgelato: perfino per ricevere cure sanitarie deve dimostrare di essere in regola o di star regolarizzando la sua posizione, nè può acquistare legalmente qualcosa. Gli imprenditori della Provincia avevano avanzato richieste per 1074 lavoratori dall’estero; sono stati concessi 170 visti appena. voi credete che le imprese abbiano chiuso e siano fallite? Macché. Gli immigrati sono arrivati da clandestini, ricattati, in un diffuso clima di omertà. Durante la sanatoria la CGIL ha denunciato 470 imprenditori (27 sono stati anche arrestati), oltre duecento immigrati hanno denunciato i loro sfruttatori – e circa cento usufruiscono di un qualche programma di protezione da parte della polizia -. Questo accade nell’opulenta Lombardia. Noi abbiamo 1800 lavoratori stranieri iscritti, che ci riconoscono non solo per la tutela del loro lavoro, ma anche per il riconoscimento sociale che diamo loro; e non è poca cosa. L’entrata in vigore della Bossi-Fini non fa che peggiorare la situazione. E’ capitato che contratti a progetti (gli ex Co.Co.Co) non venissero considerati sufficienti per il rinnovo del permesso di soggiorno, perchè tutto oggi dev’esser flessibile, tranne il lavoro dell’immigrato, o addirittura che in anni di duro lavoro si era acquistato una casa di 70-80 mq (non un monolocale, quindi) si vedesse negare il ricongiungimento familiare perchè i mq della sua casa non erano giudicati sufficienti ad ospitare i familiari… Se volete misurare il livello di civiltà dell’Italia, spendete una mattina davanti ad una Questura per vedere la coda all’Ufficio Immigrazione. Non si possono trattare così degli esseri umani. E si badi: lo sfruttamento che oggi tocca a loro, domani potrà toccare a tutti noi, perché negli ultimi anni siamo sempre più deboli, poveri e soprattutto soli e senza tutele. Si cianica tanto di libertà e liberismo, poi nella nuova Europa a 25 l’unica cosa che non circolerà liberamente saranno i lavoratori "neocomunitari"; è facile prevedere che le attività produttive fuggiranno proprio nei nuovi Paesi membri dell’Unione». 

Un appunto finale sul titolo della serata: "A me" ha detto Nossa, " il termine integrazione piace poco, sa di forzatura e di appiattimento. Preferisco dire: valorizzazione delle differenze".

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 maggio 2004
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