Vecchio computer: feticcio inutile o risorsa nascosta?

Si è tenuto al collegio De Filippi la seconda edizione di Retrocomputing dedicata ai pc consioderati superati...ma solo dal mercato

C’è chi, come il giornalista Beppe Severgnini, lo tiene in salotto e se ne fa un vanto con gli ospiti. C’è chi lo tiene in camera da letto e chi li accumula nel garage di casa. C’è chi lo vende e ci specula. C’è chi lo usa per farsi fotografare in posizioni erotiche. C’è infine chi lo studia e lo rivaluta. Tutto questo, compreso il puro collezionismo, è il fenomeno chiamato retrocomputing, dove il feticcio è il computer obsoleto, superato commercialmente, ma quasi mai rimpiazzato nel cuore dell’appassionato. 
Sigle che suscitano emozione anche se appena pronunciate: Commodore 84, Amiga500, Spectrum Sinclair, Hp 85 con cpu Capricorn e gli inossidabili Mac, belli e futuribili già negli anni Ottanta. Un mondo a parte, un’era in cui il mercato non aveva ancora omologato chip e memorie di massa (c’erano almeno venti case diverse che producevano computer), e dove il cyberomanticismo era ancora praticabile. 


A Varese, al collegio De Filippi, si è tenuta la seconda edizione di retrocomputing: quindici espositori, arrivati da tutta la Penisola, persino da Brindisi, hanno esposto le loro macchine. Sul banco dei relatori un computer di quindici anni fa, riassemblato  e posto "sottovetro" ( la prova provata  che è ancora possibile lavorare con queste macchine), collegato al maxischermo dove campeggiava la scritta Amstrad, una marca che aveva vissuto, all’inizio degli anni ’90, una stagione di gloria nell’home computing. «L’obsolescenza dei computer- spiega Bruno Grampa, sistemista Internet e  organizzatore dell’evento – è un fenomeno legato ad interessi di mercato. Ci sono macchine molto vecchie su cui linux gira benissimo. Insomma c’è un’obsolescenza indotta che non risponde ad una esigenza dell’utente. E poi da alcune di queste macchine c’è ancora molto da imparare».

Gianni Zamperini, esperto di "archeologia informatica", sostiene che in alcuni casi sarebbe  meglio parlare di retrofeticismo. «Per alcuni avere un Sun o un Silicon Grafix equivale ad avere il Santo Graal. Ho visto foto di soggetti in posizioni erotiche con macchine introvabili e gente che ha ritirato interi settori di fiere ed esposizioni per stiparle in magazzini». La domanda sorge spontanea: perché? «È difficile spiegare – continua Zamperini – un fenomeno così complesso. Si potrebbe pensare a scopi di lucro, ma nessuno oggi puo’ dire con certezza quanto vale una macchina da retrocomputing, perché varia da Stato a Stato e persino da provincia a provincia».
Il retrocomputing rimane, dunque, una sorta di riserva tecnosociale, anche se Nicola D’Agostino ne rivendica l’utilità scientifica. «Una recente ricerca epistemologica doveva stabilire l’origine delle faccine, gli smiley, quelle che si usano con Internet. Ebbene, venne trovato il nastro originale, che conteneva il codice, ma non si trovava le macchine per leggerlo». 
Per fortuna c’è il retrocomputing.


di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 maggio 2004
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