I gioielli di Varese conquistano New York

Le creazioni dell'orafo Riccardo Visentin affascinano gli americani. La storia di una sfida lanciata e vinta da un artigiano

Se passate da una gioielleria della Fifth Avenue a New York e vedete un gioiello esposto in vetrina dalla forma e dal nome suadenti, che richiama colori e atmosfere del Mediterraneo, quello è un gioiello disegnato e prodotto da Riccardo Visentin. Da circa cinque anni, infatti, l’orafo varesino partecipa con successo alla fiera di settore che si tiene nella Grande Mela e i suoi gioielli se la giocano alla pari con quelli dei più quotati colleghi asiatici. L’esposizione delle sue creazioni attira ebrei ortodossi, con gli immancabili riccioli lungo le tempie, grandi esperti in pietre preziose, e commercianti alla ricerca dei migliori creative designer europei. I  "cuori", i "flowers", gli "zodiacs" e gli "ethnix", creati nel suo laboratorio di Albizzate, hanno colonizzato le vetrine dal Colorado all’Illinois.
Per Visentin rivolgersi al mercato americano è stata una scelta obbligata. «Innovare o morire – spiega l’orafo – questo era il bivio di fronte a cui mi trovavo. La globalizzazione aveva cambiato radicalmente il settore e i grossisti italiani ci avevano tagliato fuori, comprando solo dalla Cina, Hong Kong e Turchia. Le nostre microimprese non reggevano l’urto del mercato e così ho fatto il grande salto». 
L’arte orafa in Italia è una tradizione di famiglia e Visentin non fa eccezione. Poteva accontentarsi di aprire il classico punto vendita e vivacchiare, ma il suo pallino era conquistare uno spazio nel mercato americano. Mancavano però le informazioni di base e così, insieme alla Camera di Commercio di Varese, ha organizzato un incontro con alcuni operatori d’Oltreoceano. «Erano sei grandi compratori americani, li invitammo sui nostri laghi per avere le informazioni necessarie e non andare allo sbaraglio sul loro mercato. La prima volta in fiera andammo in otto, e vendemmo subito. La seconda in undici e l’ultima in tre. I costi sono molto alti, e questo non è un incentivo, ma quello americano è un mercato dai margini di crescita illimitati che premia le idee e la qualità». 
(sopra: Visentin mostra il gioiello disegnato per Miss Luna)

Certe forme e certe idee che funzionano in Italia, negli Usa non vengono nemmeno prese in considerazione. Visentin si specializza così nel design di tendenza: serie limitate, originalità e controllo assoluto della qualità, cercando di interpretare un gusto ben lontano da quello europeo.
«Sono due le cose che mi colpiscono degli americani: da una parte il fatto che si presentano sempre in forma anonima, anche se dopo scopro che hanno negozi esclusivi e nomi da capogiro; dall’altra la competenza e la perfetta conoscenza dei loro clienti. Sanno benissimo cosa riescono a vendere e quando arrivano nel mio stand indicano con sicurezza il gioiello o la serie che vogliono acquistare. Da noi non comprano la gioielleria classica, per quella vanno dai cinesi. Inoltre apprezzano molto il fatto che siano pezzi unici, insomma ti riconoscono il valore e la freschezza dell’idea. Nel mio caso poi anche il nome della linea di gioielli ("Sentimento" ndr), che loro riescono a pronunciare senza difficoltà, ha giocato un ruolo importante».
L’innovazione di prodotto e la freschezza delle idee non bastano per dare continuità all’impresa. Visentin decide di innovare anche nel processo di creazione e così insieme a Simonetta Guglielmo, esperta del settore, e Simone Zaccara (foto), informatico convertito all’arte orafa, fonda a Gallarate una nuova società per la creazione di prototipi tridimensionali. Due computer, un software dedicato, di cui è anche concessionario, il know how di vent’anni di esperienza e il gioco è fatto. «Ho chiuso il ciclo produttivo. Usare l’informatica per disegnare un gioiello permette un notevole risparmio di tempo e di materiali, quindi riduce i costi. Però è il risultato finale la cosa più sorprendente. I prototipi sono di una precisione e di una qualità assolute, in questo modo l’idea iniziale viene valorizzata al massimo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 31 ottobre 2004
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