«La vittoria alle politiche passa dal Pirellone»

Francesco Rutelli ha incontrato gli elettori dell'Ulivo alla Camera di Commercio

«Se non si vincono le regionali nel 2005, non si vincono nemmeno le politiche nel 2006». Il passaggio a nord-ovest di Francesco Rutelli è racchiuso contemporaneamente in una paura e in una speranza, perché la Lombardia per il centrosinistra è come la California per Bush e la poltrona del Pirellone a Milano rappresenta un precedente indispensabile per conquistare il palazzo a Roma.
Il presidente della Margherita richiama moltissima gente alla Camera di Commercio di Varese. È la gente dell’Ulivo: diessini, democratici, repubblicani, popolari, qualche comunista italiano e qualche rifondaiolo. Quelli di Dini si confondono al centro senza fare troppo rumore. La federazione, nella Sala Campiotti, di fatto esiste già.
Il preludio è affidato al segretario provinciale Paolo Rossi e al consigliere regionale Giuseppe Adamoli. Quest’ultimo, per non rischiare di essere confuso con la lady di ferro Margaret Thatcher, non si accontenta di essere etichettato come riformista. «Non ci basta il richiamo al riformismo italiano. Noi siamo qui per parlare dell’Ulivo, della federazione e dell’allargamento della Margherita. Prodi è il nostro leader indiscusso e le primarie servono solo per una legittimazione popolare. Non c’è alcuna svolta neocentrista e ci offendiamo se qualcuno lo dice». L’esultanza esplicita di Adamoli per l’assoluzione in Cassazione di Andreotti viene accompagnata da un timido applauso e da molte facce perplesse, anche tra i relatori.
Rutelli parte dall’Europa e dall’isolamento dell’Italia, esclusa da tutte le decisioni che contano. Sgrava l’euro da qualsiasi colpa e mette sul banco degli imputati il Governo colpevole per non aver fatto nulla per evitare la perdita del potere d’acquisto dei salari, per non aver introdotto nessuna misura di controllo per evitare speculazioni e intermediazioni e soprattutto per non aver saputo calmierare il prezzo della benzina e del petrolio, che svuota le tasche delle famiglie e delle imprese.
Ricorda le radici antiche e diverse della Margherita che raccoglie tra le sue fila un ex liberale come Valerio Zanone ed Ermete Realacci, fondatore di Legambiente. A chi gli chiede di affermare con forza l’anima cattolica della Margherita, Rutelli risponde che «la Margherita è anche cattolica».
Rivendica la paternità culturale del federalismo, patrimonio ereditato da Cattaneo e Don Sturzo. «L’attuale riforma sul federalismo – dice il presidente della Margherita – ha dato una mancia a Bossi e una mancia a Fini. Questa è una macchina che va con il freno e l’acceleratore. Federalismo per loro è tagliare i trasferimenti dallo stato centrale agli enti periferici, costringendo i comuni a tassare pesantemente i cittadini a colpi di addizionale irpef. Raccontatelo alla Lega che le tasse in questi anni sono aumentate».
Sul premierato forte Rutelli scuote la testa, ricordando a tutti che in America lo strapotere del presidente è compensato dal parlamento più potente del mondo.
L’unità del centrosinistra è fuori discussione, ma per garantire il futuro politico della Margherita e dell’Ulivo bisogna garantire l’attualità dei programmi. «Le cose, da dieci anni a questa parte, sono cambiate. Non esiste più la divisione tra politica economica e politica sociale. Dobbiamo tener conto delle nuove forme di flessibilità lavorativa, dell’invecchiamento della popolazione italiana e dell’allungamento della vita media, della necessità di avere 300 mila lavoratori stranieri in più ogni anno».
Citando Clinton, Rutelli dice che in politica la gratitudine non esiste e che la politica è domani. Le elezioni regionali bussano alla porta e per l’ex enfant prodige della politica italiana il domani al Pirellone potrebbe essere una donna.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 ottobre 2004
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