“Per l’Europa non serve una politica di corto respiro”

Il nostro territorio rispetto all'Unione europea

Il primo passo verso l’unità europea fu la costituzione della comunità per il carbone e l’acciaio, si era nel 1951 e l’Italia partecipò al varo della CECA. Sei anni dopo si arrivò alla comunità economica (CEE), seguirono il sistema monetario, la caduta delle barriere commerciali, l’euro. I membri della comunità da 6 in 53 anni sono diventati 25. Le istituzioni europee hanno iniziato a funzionare, non è stato però ancora raggiunto un obiettivo fondamentale: chissà se ci sarà mai unità nell’azione politica, nel dialogo con il mondo. E l’Europa non sarà totalmente Unione senza l’adesione della Russia. Siamo attesi da un lungo percorso.

La nostra provincia si sente europea?Abbiamo intelligenze che sin dagli Anni 50 hanno indicato nel federalismo, nell’ Europa una grande meta, ma non sempre è stato accolto il loro invito all’attenzione per un futuro migliore, per uno sbocco che doveva essere assolutamente preso in considerazione se si voleva garantire una presenza da protagonisti a popoli creatori della grande civiltà dell’Occidente, ma già avviati al declino in un contesto mondiale.

Una maggiore sensibilità l’abbiamo comunque sviluppata sotto la spinta della grande tradizione industriale e commerciale: i mercati d’oltre confine sono consuetudine a tal punto che il 30 per cento della produzione, che è molto diversificata, è destinato all’estero. La presenza sul territorio del Centro di Ricerca di Ispra è stata a sua volta uno stimolo, alla Scuola Europea di Varese non solo i figli degli stranieri ma anche moltissimi nostri giovani si sono formati con una cultura di ampio respiro, nella quale i riferimenti, i termini di confronto erano inconsueti e aperti a una interpretazione ben più ampia del concetto di comunità.

Una spinta forte all’europeismo potrebbe venire dalla scuola dove però a fatica ci si occupa della storia del secolo scorso. E per capire quanto sia importante e decisiva la comprensione della portata di una grande collettività europea , è irrinunciabile la conoscenza degli avvenimenti che hanno squassato a più riprese il nostro continente .

La politica, soprattutto quella della Seconda Repubblica, ha fatto di peggio: spesso ha guardato all’Europa come a un obiettivo di secondo piano e quando ha deciso di occuparsene ha trasferito a Bruxelles e Strasburgo le sue beghe da piccola parrocchia; non basta: salvo rare eccezioni, si è affidata a uomini inadeguati. Anche Varese ovviamente ha patito queste scelte di cortissimo respiro, tanto più che a livello istituzionale la Lega si è ben guardata dall’essere traino dell’europeismo.

La politica nega a se stessa ma anche agli italiani che la rivendicano, la patente di civiltà .

Mentre si firmano trattati e si suonano trombe non si deve dimenticare che l’ex patria del diritto viene continuamente censurata dall’ Unione per le violazioni dei diritti dei cittadini. Se stiamo ai numeri dei ricorsi siamo a livello di Congo.

Il primo vero passo per poterci chiamare europei è dunque quello del recupero della legalità. E di rispettare quindi i principi della Costituzione che viene oggi firmata a Roma.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 ottobre 2004
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