«Se ci chiudiamo alla Ue, la nostra terra diventa un deserto»

Intervista a Sandro Lombardi, direttore dell’associazione degli industriali ticinesi

"I temuti flussi migratori dalla UE verso la Svizzera non si sono avverati". Questo permette una maggiore serenità nel dar vita ai "bilaterali bis" che "estenderanno l’accordo sulla libera circolazione delle persone ai nuovi stati membri della UE". Un accordo che prevede una gradualità con un periodo transitorio fino al 30 aprile del 2011". Il dossier di Economiesuisse mette in chiaro la posizione del mondo economico elevetico. "L’economia si impegna a favore di questo accordo e si opporrà fermamente a qualsiasi eventuale referendum. Infatti un rifiuto di questo accordo porrebbe in pericolo l’insieme degli accordi bilaterali e potrebbe privare il nostro paese della base sulla quale poggiano le nostre relazioni con l’UE".

Il Canton Ticino, come tutta la Svizzera, sta vivendo un periodo di profonda trasformazione economica. Sul proprio territorio sono presenti oltre 21mila imprese con circa 164mila addetti. Di questi il 47% sono stranieri e i frontalieri ne rappresentano circa la metà. Il 68% delle esportazioni sono verso i paesi della UE, Italia in testa.
Con dati di questa natura si capisce molto bene perché da parte del Canton Ticino ci sia tanta attenzione al nostro paese.

"È vero, ma qui vige una grande prudenza e le cose vanno fatte con molta gradualità. – A parlare è Sandro Lombardi, direttore dell’Aiti, l’associazione che raggruppa gli industriali ticinesi. – Noi abbiamo aziende bellissime, ma se si chiudono gli scambi il Ticino diventa un deserto".

Direttore, è davvero così importante il rapporto con la UE per la vostra economia?
"Quando noi affermiamo che una maggiore integrazione con l’Europa ci metterebbe al riparo da molti rischi, non siamo amati. In Svizzera si hanno ancora molte paure e il mondo economico deve fare i conti con queste. Ci scontriamo con una realtà politica e sociale che non vede di buon occhio l’integrazione e allora occorre davvero gradualità. Ogni passo falso sarebbe terribile e ci porterebbe indietro anni luce. Pensi solo che se per caso entro i prossimi due anni ci dovesse essere qualche caso di abuso salariale il Consiglio federale potrebbe rimettere in discussione gli accordi bilaterali".

In concreto cosa significa?
"Il Ticino ha un tasso di crescita e di sviluppo superiore a quella che ci potremmo permettere con le nostre forze lavoro. Del resto i dati parlano chiaro. Quasi la metà dei lavoratori è straniera e di questi la prevalenza sono transfrontalieri. Allora capisce che noi non possiamo chiuderci. Significherebbe perdere molta della ricchezza che abbiamo. A questo va poi aggiunto che la nostra produzione si rivolge per grande parte all’esportazione".

Questo vuol dire che continueranno i flussi migratori di nostri lavoratori?
"Certo! Mi spiace che generi problemi alle vostre imprese, ma noi continuiamo ad aver bisogno di forza lavoro. È anche per questo che siamo preoccupati per le scelte politiche e vogliamo una maggiore integrazione e l’applicazione degli accordi bilaterali anche per i nuovi paesi aderenti alla UE"

Il dossier pubblicato da Economiesuisse si dichiara contro ogni ipotesi di referendum sugli accordi, che ne pensa?
"È la posizione dell’economia svizzera. Purtroppo credo che invece andremo a votare e potrebbe essere già il 5 giugno del 2005. Nei giorni scorsi il Governo ha inviato un messaggio alle Camere federali e ritengo perciò che difficilmente si eviterà il referendum".

I nuovi accordi, oltre alla parte della libera circolazione, hanno anche una sezione che si occupa della finanza. Cosa cambia in concreto?

"Vengono recepite alcune richieste della UE. Fatto salvo il segreto bancario che è uno dei presupposti del nostro sistema bancario, sono state accolte alcune idee che riguardano la fiscalità del risparmio. A chi depositerà capitali provenienti da pesi della UE, verrà realizzata una trattenuta fiscale, che progressivamente arriverà al 35% sugli interessi maturati. I redditi provenienti dalla trattenuta saranno ripartiti in ragjone del 75% tra i paesi di domicilio degli aventi diritto e il 25% spettanti alla Svizzera".

Come sta andando l’economia in Ticino e quanto contano le aziende industriali?
"Partirei dalla seconda parte della domanda. Oggi il mondo industriale conta più che in passato. Produce il 21% della ricchezza. La nostra associazione ha una buona rappresentanza. Con 200 imprese associate e 12mila dipendenti e oltre gli otto miliardi di franchi di volume di affari, rappresentiamo un elemento centrale della nostra economia. In questi anni di difficoltà l’industria ticinese ha tenuto e ha prodotto tassi di disoccupazione bassissima. Siamo riusciti spesso a ricollocare subito i lavoratori di aziende in crisi. Adesso sta cambiando la congiuntura, ma non ce ne rallegriamo perché a una generale crescita non corrisponde un aumento dell’occupazione. Ci sono troppe incertezze dovute anche a fenomeni nuovi che sono del tutto simili a quello che vivete anche in Italia. La situazione geopolitica mondiale non aiuta le imprese e queste quindi non assumono"

Come sono i rapporti sindacali. È ancora possibile la pace sociale e l’assenza di conflitti che ha per tanto tempo contraddistinto la Svizzera?
"Occorre fare delle distinzioni e non le nascondo che siamo molto preoccupati. Il mondo sindacale di matrice industriale è molto evoluto. Non ha spirito rivendicativo. Se chiede sa che può farlo. La FLMO dal 1937 contribuisce in modo attivo alla pace sociale. Il 16 ottobre l’FLMO, la SEI e la FCTA daranno vita alla UNIA. Nonostante l’FLMO sarà la componente prevalente, la fusione con un sindacato molto più abituato a uno spirito rivendicativo e conflittuale come la SEI, potrà far cambiare le relazioni. Ho il timore che andremo incontro a un periodo di conflitti e noi non abbiamo imprenditori preparati".

Per chiudere, come vede il lavoro della Regio Insubrica?
"L’AITI non è affiliata e malgrado anche le attuali richieste rimaniamo dell’idea che non servono strutture per far lavorare insieme noi e le realtà simili alla nostra. Ci sembra un modo non corretto di spendere i soldi. Resta l’importanza di un lavoro culturale che avvicini il Canton Ticino e gli altri territori".

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 ottobre 2004
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