«Undici anni e mezzo per ottenere giustizia»

Daniele Ferré ci racconta la sua odissea giudiziaria, partita negli "anni ruggenti" di Tangentopoli e chiusa solo pochi giorni orsono

Undici anni e mezzo. Tanto ci è voluto perchè a Daniele Ferré, ex vicesindaco comunista di Busto Arsizio, venisse riconosciuta la piena assoluzione dalle accuse che il 23 marzo 1993 lo fecero finire in cella d’isolamento: concussione, per due vicende di terreni a Cassano e a Busto. Ad accusarlo era uno dei tanti inquisiti di quel periodo, il quale, per non finire dietro le sbarre, non esitò a fare nomi e cognomi a destra e a manca, coinvolgendo più gente possibile nell’inchiesta, colpevoli e innocenti insieme. Il modo migliore di mandare a monte qualsiasi inchiesta giudiziaria. «Sia lui che la moglie erano sotto accusa. Poi se ne andò alle Canarie, dove rimase a svernare qualche anno in attesa di tempi migliori» ci racconta con tono lieve ed ironico Ferré. «Ora da qualche anno è tornato e fa ottimi affari a Gallarate».

Spiegare perchè ci siano voluti undici anni e mezzo per giungere alla conclusione della vicenda non è semplice. E’ una storia lunga, troppo lunga. «Quando fui arrestato la sera si riuniva il consiglio comunale, dovevao presiederlo io siccome tre giorni prima avevano arrestato il Sindaco Rossi… Il Consiglio comunale dovette sciogliersi». Un mese di carcere, con due distinte ordinanze di custodia cautelare. «Pensate che nella cella accanto alla mia c’era un certo Vincenzo Scarantino, il "pentito" che aveva portato l’autobomba sotto casa di Borsellino… Alla fine fui scarcerato senza essere messo a confronto col mio accusatore, come chiedevo». Dal ’93 al ’97, quattro anni di vuoto legale. «In quegli anni non risultano di fatto atti giudiziari sul mio caso. E pensare che avevo chiesto di essere processato il prima possibile». Nel ’97, finalmente, Ferré ed altri 6 imputati vengono rinviati a giudizio. Per due anni non si riesce, nonostante ben dieci tentativi, a tenere l’udienza preliminare: mancano le carte o le parti civili (tra cui l’accusatore di Ferré che, costituitosi parte civile, si godeva ancora il sole delle Canarie). Nel ’99, colpo di scena: il tribunale annulla il processo perchè il PM non aveva formalzzato correttamente i capi d’imputazione. Per farla breve, alla fine, dopo ricorsi del PM e pronunce della Cassazione, il processo di primo grado parte nel febbraio del 2001, a quasi otto anni dai fatti, e si conclude il 5 febbraio 2003: Ferré è assolto con formula piena su uno dei capi di imputazione, l’altro è derubricato da concussione a corruzione e cade in prescrizione. Ferré impugna questa assoluzione-beffa: vuole uscirne pulito. In appello, infine, due settimane fa, l’assoluzione piena e definitiva.

D.: Si è mai sentito abbandonato?
«No, devo dire che molti mi sono stati vicini, in particolare i compagni più anziani. Il partito non mi ha abbandonato».

D.: Crede ancora nella giustizia dopo la sua odissea?
«Di per sè la giustizia è un’ottima cosa, ma non dimentichiamo che sono gli uomini a farla. Da parte di molti magistrati non c’è proporzionalità tra l’impegno che mettono nel lavoro e la gravità delle questioni che devono affrontare. Alcuni svolgono la professione con impegno, senso civico e responsabilità, altri come se fosse un lavoro qualsiasi, con leggerezza».

D.: Un suo giudizio sul ciclone di Tangentopoli e la politica odierna.
«L’effetto c’è stato eccome. Un certo modo di fare affari e politica è cambiato, cè stata una netta discontinuità anche nel personale politico e nei partiti. La caccia al politico ha decapitato il sistema, ma il risultato è che da noi in Lombardia sono emersi dei mediocri, e in varie parti del Paese il peggio del peggio. Ora, se mi chiede se i politici di oggi rubano come allora, io non lo so.  Diciamo che la sensazione del malaffare diffuso resta. Tantopiù che ora, con le riforme della politica e dell’amministrazione avvenute da allora ad oggi, si è politicizzata l’amministrazione locale, che ora vive con la pistola puntata contro, costretta a seguire le volontà dei potenti di turno».

D.: Tornerà in politica, come auspicato dai suoi compagni DS?
«Ora come ora no, ho il mio lavoro e la mia famiglia, oltretutto la politica è talmente cambiata… Non vi trovo più quegli stimoli che da giovane mi fecero entrare in quella grande scuola di vita che era il vecchio PCI. In futuro vedremo, se servo ancora… »

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 ottobre 2004
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