“Combattiamo la guerra del tessile con una pistola ad acqua”

Lo ha dichiarato Marco Sartori, presidente di Italia Lavoro, durante il convegno odierno alla LIUC; importante anche l'intervento di Michele Tronconi, vicepresidente di Euratex

La mattinata di dibattito alla LIUC su crisi del tessile e ricollocamento dei lavoratori – titolo scelto da Marco Sartori: "La nuova manifattura italiana: dalla crisi del tessile alle politiche del reimpiego" – ha visto, nell’attesa dell’intervento di Roberto Maroni, utili contributi in particolare da parte di Sartori stesso, nella sua veste di presidente di Italia Lavoro e organizzatore-anfitrione del dibattito odierno, e di Michele Tronconi (foto), vicepresidente di Euratex, il consorzio delle aziende europee della filiera tessile-abbigliamento.

L’iintervento iniziale di Flavio Maria Sciuccati, docente alla Bocconi, verteva sulla necessità per il tessile italiano, in un contesto di polarizzazione fra prodotti di lusso e di massa, di optare per la prima scelta ("sulla produzione di massa il declino dellOccidente è inarrestabile, lo dicono i dati già da vent’anni") e di valorizzare il nostro punto forte, la nobilitazione dei tessuti, per la quale siamo ancora primi al mondo.

Tronconi, dall’alto della sua esperienza europea, ha esposto i problemi incontrati a Bruxelles. "Non bisogna credere che perchè non abbiamo più successo come una volta, non dobbiamo più darci al tessile. Teniamo conto che l’indice di penetrazione dell’import tessile è passato dal 19% dei primi anni Novanta al 53% del 2005: oltre metà dei prodotti tessili vengono in toto o in parte dall’estero".Tronconi colpisce duro quando denuncia che "dal 2000 al 2004 i prezzi al consumo del tessile-abbigliamento sono saliti del 7%, e quellid elle importazioni sono scesi del 19%".
Si importa dunque a basso costi e si rivende ad alti prezzi senza alcun vantaggio per i consumatori
, alla faccia di quanto si ripete da anni come un mantra: e se lo dice un industriale, c’è da credergli. Ma l’allarme vero, quello cinese, è altissimo. "La Cina produce tanto, troppo, senza gli elementi regolatori di un’economia di mercato che ancora non c’è: e le imprese cinesi, oltre ai finaziamenti dei governi regionali, ottengono quelli delle banche anche se sono in perdita: in Cina manca una legge sui fallimenti": un mix esplosivo. Di questo passo è facile immaginare come l’introduzione di veri elementi di mercato rischi potenzialmente di far crollare la "bolla produttiva" cinese in una crisi da far impallidire la Grande Depressione del ’29.

Intanto i dazi mantenuti per paura della Cina da India, Brasile, Sudafrica e Argentina, potenziali grandi mercati, strangolano l’export italiano, creando una situazione da incubo. E L’Europa? L’Europa nicchia, i Paesi che contano non hanno più un settore tessile, e resistono duramente a qualsiasi ipotesi che suoni protezionista, e persino all’unica vera battaglia strategica per Tronconi, quella sull’etichettatura del marchio d’origine. A Tronconi non dispiace l’accordo euro-cinese siglato dal commissario Mandelson per contingentare le reciproche esportazioni di 10 categorie di prodotti (cinqiue scelte da ogni parte in causa), ma se ne chiede almeno l’estensione fino a tutto il 2008: "l’Europa qui è arrivata prima, ma subito dopo Stati Uniti e Cina hanno firmato lo steso accordo per coprire 42 categorie di prodotti, e fino a tutto il 2008; il Brasile lo ha fatto addirittura per 72 categorie". Una lode viene infine da Tronconi al lavoro di lobby fatto a Bruxelles dal viceministro del commercio estero Adolfo Urso: "Abbiamo ottenuto molto, ma purtroppo ancora non basta".

Marco Sartori (foto) ha riassunto il ruolo di Italia Lavoro, l’agenzia tecnica del ministero del Welfare che presiede, in questo modo: "Gli imprenditori vanno sgravati dalla gestione degli esuberi, perchè possano concentrarsi sul dell’azienda invece di dover pensare al passato". Peccato che spesso il futuro non ci sia proprio, come ricordava il sindacalista Femca Cisl futuroMarcello Guardianelli ("la politica di Mandelson favorisce solo i grandi gruppi che delocalizzano fuori dalla UE"). Per Sartori i meccanismi del ricollocamento sono efficaci: "In provincia di Varese, di circa 300 lavoratori, se ne sono rapidamente rimessi al lavoro 154 con gli strumenti opportuni. Voi dateci i nomi dei lavoratori da ricollocare, e noi faremo proposte personalizzate e mirate ad un impiego serio, non alla sola assistenza, ma tenendoci disponibili a proseguire quest’ultima in ogni evenienza. È la politica dell’ammortizzatore sociale di qualità contrapposto a quello basato sul numero". Quanto al problema cinese, Sartori non usa mezzi termini: "Combattiamo una guerra commerciale con la pistola ad acqua (carica?, ndr). Si importano prodotti imitati e falsificati, spesso anche pericolosi per la salute, mentre le nostre aziende spendono patrimoni in sicurezza, igiene, tutela ambientale. O le imprese italiane fanno massa critica e si spalleggiano, o si ridurranno al più ad essere dei rivenditori, e senza più neppure il supporto del sistema bancario, che cerca altri lidi".

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 febbraio 2006
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