Diario di un volontario italiano in Etiopia (9)

CRONACA DI UNA CLANDESTINITA’ ANNUNCIATA

Oggi si è ufficialmente conclusa la mia prima esperienza da clandestini…condizione quantomeno particolare da vivere. Per un paio di giorni ho vissuto con il terrore serio di dover lasciare tutto in sospeso e a metà, dopo tanta fatica e tanti sacrifici. Di dover partire in fretta, lasciandomi alle spalle persone stupende senza la possibilità di salutarle, di ringraziarle per tutto quello che mi hanno dato e trasmesso. Non ero arrabbiato, molto di più… ma andiamo per gradi.

Martedì 7 febbraio: raggiungiamo l’ufficio del segretariato per cui stiamo lavorando, muniti di lettera di presentazione, passaporto, foto tessera e 20 dollari. Tutto, pensiamo io e Giovanni, mio compagni di (s)ventura. Sarà la solita formalità, anche se questa volta dobbiamo modificare un visto turistico in business. Ma subito ci mettono sul chi va là: non sarà semplice, è un’operazione inusuale che generalmente non viene permessa. Andiamo quindi all’Immigration Office e chiediamo chiarimenti spiegando la nostra situazione. L’Immigration Office è un posto incasinato: al di fuori della cancellata ci persone ovunque. Alcune elemosinano, consapevoli della presenza di tanti ferenti (bianchi ndr), altre vendono oggetti vari o fanno conversazione. All’interno la situazione non è molto diversa. Superate le classiche perquisizioni ci troviamo di fronte file interminabili davanti ai tre diversi palazzi dove si trovano gli uffici. Subito ci rendiamo conto della varietà di umanità presente: donne somale con i tipici sari molto colorati e i lineamenti delicati, il classico colore nocciola dei volti eritrei, la sproporzione dei fisici degli emigrati sudanesi, il solito numero di ferenji e tanto, tanto altro.

E adesso dove si va? Cominciamo a girare come trottole: ufficio 78, 79, 80, 81, 92, 12, ancora 81…e subito ci rendiamo conto che nonostante la nostra condizione di occidentali ricchi, benestanti e portatori di soldi, non siamo poi così simpatici al personale dell’ufficio, prevalentemente musulmano. Il caldo comincia a dare fastidio e la pazienza lentamente ci abbandona. Il panico lo raggiungiamo nell’ufficio 81 dove, dopo una rapida occhiata alla nostra lettera di presentazione (in amarico), leggiamo immediatamente sul volto del funzionario una sguardo strano. Annota un paio di righe, sempre in amarico e ci indirizza all’ufficio 12, dove veniamo ricevuti da un tizio che comincia a farci domande strane. Non capiamo il senso della situazione, la calma ci abbandona definitivamente e lui comincia ad urlare dicendo che siamo fuori legge, che con il nostro visto non abbiamo diritto di lavorare nel loro paese, che dobbiamo essere immediatamente arrestati in attesa di essere giudicati. Sul nostro volto, più che il panico, compare la rabbia. La rabbia per l’incompetenza del nostro ufficio, per l’atteggiamento dei funzionari, per la situazione in generale. Pensiamo: se ci va bene questa volta ci cacciano veramente dall’Etiopia. Ma perché? Cosa stiamo facendo di male? Cosa c’è che esattamente non va? Il tizio del 12 ci trattiene in ufficio per alcuni interminabili minuti e poi ci dice di tornare all’81. Qui ci viene imposto di ritornare il giorno seguente accompagnati dal capo del nostro ufficio per chiarire la situazione.

E adesso…che si fa? Proviamo ad andare a chiedere sostegno ed appoggio in ambasciata. Ovviamente, visto che i guai non vengono mai da soli, la macchina non parte. Problemi alla batteria, pensiamo subito. Il nostro amico Zed, aperto il cofano, nota subito che uno dei morsetti è stato allentato. Guarda caso proprio in quel momento passa una ragazzo con l’attrezzatura necessaria: il suo intervento ci costa 10 birr, guadagnati con grande furbizia. Purtroppo l’Etiopia è anche questo. Comunque non c’è tempo da perdere: chiamiamo un’amica che lavora per la cooperazione italiana, che ci consiglia di rivolgerci a una sua amica che lavora per l’ambasciata. In ambasciata veniamo accolti da questa signora che si premura immediatamente di informarci che non è il suo campo di competenza e che ci aiuta solo a titolo di amicizia. Le informazioni che ci dà ci spiazzano: non ci sono possibilità di ottenere più alcun business visa, visto che ne abbiamo già usufruito per sei mesi.

Lasciamo l’ambasciata sconfortati e soprattutto con un forte senso di abbandono.
Con il nostro responsabile concordiamo il discorso da fare il giorno successivo e torniamo a casa, distrutti fisicamente e moralmente.

Mercoledì 8: alle 8.30 passiamo a prendere il nostro “capo” e partiamo a tutta velocità e a dita incrociate. Nell’ormai mitica stanza 81 incontriamo il nostro odiato ufficiale che inizia il suo sproloquio. Dopo un po’ ci concede di spiegare la posizione dell’ufficio e la nostra condizione: siamo stati turisti per tutto il mese trascorso. In questo modo l’ufficio è salvo e l’espulsione sembra evitata. Tiriamo un sospiro di sollievo ma la nostra condizione è ancora tutta da risolvere. Dobbiamo tornare il giorno seguente, accompagnati dall’esperto del nostro ufficio. Torniamo a casa decisamente più sereni, quantomeno perché la posizione dell’ufficio è chiarita. Per noi vedremo domani. La sera “Andata e Ritorno” di Marco Ponti ci concede un po’ di distrazione e di Europa e per due non pensiamo a nulla.

Giovedì 9: ci presentiamo con tutto il necessario per il visto, sperando in una conclusione rapida della procedura. Subito un altro colpo al cuore: ci dicono che non riusciremo mai ad avere un business visa, ma solo il rinnovo del visto turistico. Ci chiediamo il senso di tutto ciò: ora che tutti sanno che lavoriamo e non siamo turisti, se ci scoprono ci sbattono fuori definitivamente. Il nostro “esperto” ci abbandona, tratteniamo a stento la rabbia, ma riusciamo a convincere un altro ragazzo, che non sa nulla di permessi e visti ma è abesha (etiope ndr), parla amarico e soprattutto è sempre disponibile e gentile. Dopo avergli spiegato la situazione ritorniamo in ufficio da D. che, ovviamente, impegnato com’è, non è già più in ufficio. Dopo varie consultazioni incontriamo un’amica di un amico, che a sua volta conosce tutti all’Immigration. È un personaggio mai visto in Etiopia: donna, 45 anni, rigorosamente con la sigaretta in mano (cosa disdicevole per le donne etiopi), pantaloni larghi di velluto tipo rapper, polo Ralph Lauren a righe e cappellino americano. E, dettaglio fondamentale, tigrina. Dietro suo consiglio prepariamo una lettera e ci presentiamo in ufficio da lei alle 2 con il necessario per il visto. Obbediamo ossequiosi e torniamo da lei all’ora stabilita: ci porta all’ufficio 12, all’81, di nuovo al 12 dove riesce ad ottenere un parere positivo e di nuovo all’81. Ma ci deve lasciare proprio mentre stiamo per affrontare il nostro peggior nemico: il musulmano dell’81. Proprio non gli piacciamo: cerca di fregarci ancora, concedendoci un permesso speciale di 10 giorni per iniziare le pratiche per ottenere il permesso di lavoro, tempo però insufficiente per espletare le pratiche. Ma noi non lo sappiamo, ovvio. Casualmente uscendo rincontriamo la nostra salvatrice, che data una rapida occhiata al foglio si spazientisce. Ritorna all’81, urla un poco e poi offre una sigaretta al funzionario musulmano: “un altro giorno d’attesa, alle 10.30 di domani risolviamo tutto”. Pallavolo, a letto presto e…siamo ufficialmente clandestini!

Venerdì 10: ore 10.30. Nel giro di mezz’ora dall’ufficio 82 abbiamo l’assenso per un business visa di un mese…sufficiente per concludere le pratiche per il work permit…speriamo…dopotutto è solo un timbro! Ma quanto casino per un timbro! Il segreto: conoscere le persone giuste, possibilmente tigrine…

Oggi (a proposito è martedì 21), si è concluso tutto. Se positivamente… lo vedremo! Quantomeno per adesso siamo legalmente stranieri in Etiopia. Dicono che un mese non basterà mai per ottenere il permesso di lavoro, ma questo lo riserviamo per la prossima puntata, sperando sia un po’ meno incasinata di questa…

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 febbraio 2006
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