Etiopia, un grande Paese ricco di speranze e contraddizioni

Breve cronaca di un viaggio nel Corno d'Africa, tra città storiche, animali in libertà, ricchezza e povertà

 Un viaggio in Etiopia. Un sogno fin da quando Matteo Astuti (foto), prima di tutto un grande amico oltre che il curatore della rubrica “Un posto al sole”, è partito per l’Africa. Finalmente, dopo mesi di ricerche di voli il più "economico" possibile e dubbi a causa degli scontri di piazza che si sono verificati negli scorsi mesi, io e il mio compagno di viaggio, il prode ingegner Alberto Vis, siamo partiti per il Corno d’Africa, il 24 gennaio scorso. Riassumere in poche righe le sensazioni, le immagini e i sentimenti che questi giorni mi hanno lasciato è difficile. Non posso ovviamente neppure pretendere di aver capito appieno un Paese grande 1.133.380 km², con una popolazione di oltre 74 milioni di abitanti, divisi in una molteplicità di etnie che li rende diversi per usi, costumi e religione. Proverò dunque a descrivere quello che ho visto, e provato, negli oltre 2 mila chilometri di jeep e macchina macinati in 12 giorni.

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Prima di tutto Addis Abeba, la grande capitale di questo grande stato. Con i suoi 2,8 milioni di abitanti censiti rappresenta le contraddizioni di tutte le grandi città dei paesi in via di sviluppo. Addis è la capitale africana della diplomazia: ai grandi palazzoni dell’Onu e delle ambasciate del centro fanno da cornice gli slums e le baraccopoli dove la miseria e la povertà regnano sovrane. I picchi di ricchezza sono evidenti, come anche la grande difficoltà a sopravvivere di tanta, troppa gente. Addis è a dir poco caotica, letteralmente dominata dai minibus blu e bianchi che sfrecciano per le vie della città. Merkato, Piazza, Meskel Square (foto), Bole. Tanta polizia in giro: i federali con i mitra spianati sono inquietanti, soprattutto se si pensa che poche settimane fa quei fucili li usavano contro i manifestanti. Il palazzo di Meles Zenawi, il plenipotenziario primo ministro, mi ha colpito in modo particolare: enorme, sfarzoso, controllato a vista dai temibili Agazi 24 ore su 24, stona con la povertà che campeggia a pochi chilometri di distanza. 

Da Addis ci siamo prima spostati a Sud, verso la regione dei laghi Langano, Abiata e Shala, poi a Nord, alla volta di Lalibela, Gondar e Bahar Dar, dove c’è la mitica sorgente del Nilo Azzurro. Asini che trainano carretti carichi di merci da vendere nei piccoli mercati dei villaggi, gente ai bordi della strada a tutte le ore che si sposta prevalentemente a piedi, spesso nudi. Tanti bambini che fanno i mandriani e i pastori, che faticano in barba alle direttive contro il lavoro minorile. Tante donne che trasportano pesi immani. Vedere queste figure minute, piegate in due sotto il peso di fascine e legname, che arrancano salendo sulla rampa di Entoto o sulle strade polverose, fa impressione. La donna in Etiopia vive una condizione particolare: i lavori pesanti sono prerogativa del gentil sesso, come ci spiegano Matteo e Giovanni. Fanno i muratori, portano pesi, si occupano anche della casa e dei bambini. Di giorno e di notte fa piacere vedere i visi sorridenti, spesso splendidi, di una bellezza folgorante, di tante ragazze etiopi, anche se la gioia si spezza quando i nostri ciceroni ci spiegano che circa l’80 per cento delle donne abissine ha subito in tenera età mutilazioni genitali rituali, assurda tradizione che si perpetua ancor oggi nella completa mancanza di igiene e con rischi altissimi.

Nel nostro tour etiope, la tappa che ci ha impressionato sopra ogni altra è stata Lalibela, la millenaria città scavata nel tufo del Nord dell’Etiopia. Ci hanno accolto chiese intagliate nella roccia, con finiture e interni splendidi. La chiesa di San Giorgio baciata dal sole al tramonto è una visione indimenticabile: la sua pianta a croce scavata per dieci metri in profondità lascia letteralmente a bocca aperta. A Lalibela l’altra caratteristica che salta agli occhi (e alle orecchie) sono i bambini che appena scorgono un farenji (bianco), si fiondano e chiedono un birr (moneta locale), una penna o una caramella. La stessa cosa si registra ad Addis e nelle altre località turistiche, come Gondar e Bahar Dar: è un circolo vizioso creato dal turismo non sostenibile occidentale, che ha abituato la popolazione locale a ricevere, indiscriminatamente. Fanno tenerezza, si fa fatica a resistere alle loro pressanti richieste, ma come ci spiegano ancora una volta le nostre “guide”, bisogna farsi forza, non lasciarsi intenerire, per il loro bene, non per egoismo o cattiveria. Vi assicuro che è difficile, molto più di quello che si possa pensare. Molti di questi bambini non arriveranno all’adolescenza, in un Paese giovane (il 50 per cento della popolazione è sotto i 14 anni), ma con l’età media poco superiore ai 43 anni. L’aids è diffusissimo, molti sono ciechi o poliomelitici dalla nascita.

La mia Etiopia è stata anche canyon mozzafiato, due pacifici enormi ippopotami nel Lago Tana, le cascate del Nilo Azzurro, babbuini e facoceri in libertà, Gondar con i suoi palazzi rinascimentali in mezzo all’Africa. Poche parole per spiegare una grande emozione. Dicono che l’Africa cambi ogni persona che la vive, anche per poco tempo. Un po’ è senza dubbio vero. Sicuramente resterà il ricordo di un viaggio fantastico, in un Paese difficile, pieno di contraddizioni, ma splendido.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 febbraio 2006
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