Foibe, una tragedia taciuta per troppo tempo

Si celebra oggi, 10 febbraio, la seconda commemorazione del "Giorno del Ricordo" in onore delle vittime italiane uccise dai partigiani titini

La foiba, si legge sul dizionario, è una cavità del terreno, termine derivante dal friulano foibe, che risale al latino fovĕa, e sta per inghiottitoio carsico di notevoli dimensioni.

Questo fino a sessanta anni fa. Da quel momento la parola foiba, per chi ha vissuto la tragedia post 8 settembre 1943, è coincisa con un incubo. I partigiani comunisti jugoslavi, seguendo le direttive del generale Tito, procedettero ad un vero e proprio omicidio di massa, perpetrato ai danni di tanti italiani, sia ex fascisti che semplici connazionali, colpevoli di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per anni, tanti, troppi, sulla tragedia dei cosiddetti infoibati e di quanti hanno dovuto forzatamente abbandonare le proprie case in Istria e Dalmazia è calato un silenzio assordante.

Oggi, 10 febbraio, per la seconda volta, si celebra il "Giorno del Ricordo" in memoria delle vittime italiane infoibate. In tutta la nazione si ricordano le morti orrende di tanti (quanti, con certezza, non si saprà mai), uccisi in maniera orrenda, spinti nelle cavità del terreno ancora vivi e legati, mani e piedi, in fila, con il fil di ferro che mordeva le carni senza dare possibilità di fuga. Le testimonianze dei pochi che si sono salvati restano impresse nella memoria di chi le legge.

Il fenomeno iniziò nell’autunno del ’43, subito dopo l’armistizio, nei territori dell’Istria, abbandonati dai soldati italiani quando i partigiani delle formazioni slave, ma anche gente comune, per lo più delle campagne, fucilarono o gettarono nelle foibe centinaia di cittadini italiani, bollati come “nemici del popolo”.

Le foibe, ebbero la loro massima intensità nei giorni dell’occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell’Istria, dall’aprile fino a metà giugno ’45, quando gli Alleati rientrarono a Trieste occupata dalle milizie di Tito. Tra marzo e aprile, alleati e jugoslavi si impegnarono nella corsa per arrivare primi a Trieste. Si aprì una vera e propria caccia all’italiano, con esecuzioni sommarie, deportazioni, infoibamenti. In quel periodo solo a Trieste  furono deportate circa ottomila persone: solo una parte di esse ha fatto ritorno a casa. I crimini ebbero per vittime militari e civili italiani, ma anche civili sloveni e croati, vittime di arresti, processi farsa, deportazioni, torture, fucilazioni. La mattanza si protrasse per settimane. La persecuzione degli italiani durò almeno fino al ’47, soprattutto nella parte dell’Istria più vicina al confine e sottoposta all’amministrazione provvisoria jugoslava.

Le vittime secondo alcuni storici furono circa 20-30 mila, altri ne riconoscono 10 mila. Non solo fascisti, molti antifascisti, membri del Cln che avevano fatto la Resistenza al fianco dei loro assassini, ma che si opponevano al disegno annessionistico di Tito. Infoibati perché italiani. Antignana, Basovizza, Bazzano, Jelenka, Racievaz, San Giovanni delle Cisterne, Tarnovizza, Vines sono solo alcuni dei nomi che devono essere ricordati, al di fuori di ogni polemica politica, per non dimenticare una delle conseguenze orribili della seconda guerra mondiale.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 febbraio 2006
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