In fuga dalla disperazione. Il terminal è la loro casa

Sono accampati da qualche settimana all'aeroporto. Sono rifugiati politici che arrivano dalla Costa d'Avorio, Togo, Colombia, Siria e Turchia

Sono storie di guerra, di sofferenza e di abbandono quelle che si sentono raccontare al Meeting Point di Malpensa, da qualche settimana trasformato in una sorta di accampamento profughi. I ragazzi e le famiglie che “abitano” nel piano arrivi dell’aeroporto varesino sono circa 40: arrivano dalla Colombia, Togo, Costa d’Avorio, Cuba. Da questa mattina ci sono alcune news entry dal medioriente, Siria, Iraq e Turchia. Chiedono asilo al nostro Paese, perché dove sono nati non ci possono più stare.

La comunità che ha più voglia di chiacchierare è quella latina, che vede in netta maggioranza i colombiani, almeno una decina. Il loro “portavoce” è un cubano, che fa anche da interprete per tutti gli altri: si chiama Piuben Lopez, faceva l’orafo a L’Havana: «Stavo economicamente bene – spiega in spagnolo -, forse è per questo che non mi lasciavano vivere in pace. Mi hanno tolto tutto, mi trattavano peggio di un cane. Così ho deciso, ho preso i bagagli e sono scappato. Per 10 giorni sono stato a Mosca, dove ho lavorato, poi sono venuto in Italia e da sei giorni sto con i miei compagni di sventura in questo piccolo spazio». Lui è a Malpensa da 11 giorni, altri da molto più tempo. Per i circa 30 rifugiati di Malpensa stanno lavorando i volontari della Caritas e i ragazzi del consiglio italiano rifugiati. Oltre a loro, una menzione particolare va a don Ruggiero, parroco a Malpensa: «È la persona che sta facendo di più per noi», spiega Piuben. Il padre si sta muovendo per permettere a tutti di fare una doccia e avere vestiti puliti. Per mangiare i rifugiati ricevono ogni giorno tre ticket da 5,20 euro l’uno e da oggi possono usufruire della mensa, divisi in due turni. Il vero problema è lavarsi, per non parlare del dormire: per terra, sotto le sedie che normalmente accolgono chi deve partire.

«Io ho lasciato in Colombia mia moglie e la mia bambinadice preoccupato un altro ragazzo -. La guerriglia ci viene a cercare: se non sei dalla loro parte, ti uccidono. Se va bene, si viene maltrattati. Facevo il coltivatore di canna da zucchero, sono venuto qui pagando 1500 dollari: per i miei cari non avevo soldi, spero di risolvere la mia situazione e portare qui anche loro». In Colombia da anni vanno avanti gli scontri tra forze governative, guerriglieri delle Farc e paramilitari delle Auc. La maggior parte dei richiedenti asilo accampati a Malpensa non ha più di trent’anni. Un altro colombiano, John, è scappato con la compagna e una figlia di 5 anni: «Hanno ucciso il fratello di mia moglie e un altro bambino nel mio paese, vicino a Calì: avevamo paura e siamo venuti qui». Da 10 giorni sono costretti a Malpensa. La bimba gioca con le altre piccole, figlie di siriani, africani e turchi. Molti non hanno soldi. I più fortunati possono pagarsi l’albergo, chi può se ne va appena possibile, per gli altri resta solo da aspettare.

Anche gli africani sono tanti. Circa 13 sono arrivati dal Togo, almeno 5 dalla Costa d’Avorio. «Io facevo il calciatore e lavoravo come tecnico per radio e televisioni in Togo – spiega Jamal in uno stentato inglese -. Sono qui da 18 giorni, altri da 20. La speranza di risolvere la nostra situazione è scarsa, sappiamo che i posti per l’accoglienza sono occupati e che la precedenza è per le famiglie. L’Italia era per noi l’unica via di salvezza, in Francia non potevamo andare perché ha roppi legami con i nostri governanti». In Togo è salito al potere il figlio del dittatore Gnassingbé Eyadéma, morto di infarto dopo 37 anni di potere assoluto. I richiedenti asilo accampati a Malpensa si oppongono al risultato delle ultime elezioni, e pagano questa opposizione con l’isolamento e la persecuzione delle forze governative. Anche “Signo” viene dal Togo e sono 19 giorni che vive al Meeting Point del Terminal 1: «Avevo molti “political problems”, l’unica via per salvarmi era quella di fuggire. Un prete venuto in missione mi ha offerto la possibilità di salvarmi ed ora sono qua, sperando in una rapida soluzione della situazione». Non possiamo fare altro che augurare loro la stessa cosa: buena suerte, good luck o bon chance che dir si voglia.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 febbraio 2006
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