L’internazionalizzazione? «E’ una scelta obbligata»

A conclusione del diario di viaggio, le testimonianze di sette imprenditori del tessile volati a Dusseldorf che raccontano il loro rapporto con l'estero

E’ stato illuminante andare “in gita” ad una delle fiere tessili più importanti d’Europa, insieme alle aziende varesine del settore. Un’occasione preziosa, per chi troppo spesso affronta questi temi a colpi di numeri – siano esse cifre di bandi per il sostegno o ricorsi alla cassa integrazione – per conoscere il lato umano di un settore fatto di aziende famigliari, di figli che ereditano volentieri le fatiche dei genitori, di successi, sfide e di tentativi di reggere con i propri mezzi l’urto di un mercato mondiale.

In particolare, da questo viaggio ho portato a casa tre cose.
La prima è che a Dusseldorf c’è parecchia gente in giro ma il padiglione “occupato” per intero dalla Cina, il numero 4,  l’ho percorso in un silenzio spettrale: segno che la qualità e il Made in Italy, fuori da qui, pagano ancora. Una sensazione confermata da tutti i partecipanti, alcuni dei quali hanno fatto del mercato estero la loro principale fonte di sostentamento.

La seconda è che, quando si va in giro insieme, le paure passano: il confronto e il muoversi insieme in luoghi lontani da casa sostituiscono alla sensazione di incertezza almeno un sentimento di condivisione, quando poi non fertilizzano la mente con qualche buona idea da mettere in pratica in compagnia. A darmi quest’impressione è stata la bella compagnia di rappresentanti delle aziende, che si cementa ancor più che in fiera nei momenti di pausa: con l’ulteriore corollario perciò, che le cene e le feste sono utili professionalmente quanto le lunghe ore passate allo stand.

La terza è che la compagnia conta: proprio in una allegra cena informale,  tra una birra e una "rumsteak" alta tre centimetri,   sono emerse infatti considerazioni professionalissime, provenienti soprattutto da chi delle missioni commerciali internazionali è “un habitué”. Come il fatto che c’è chi organizza missioni inutili e chi dà un vero servizio, e che ci sono compagni di viaggio produttivi e con i quali si costruisce qualcosa anche dopo, e altri no. Col risultato che non bisogna, delle missioni, fare di tutta l’erba un fascio e che vale la pena saper scegliere tra le proposte.

In generale però, ho scoperto che vedere “da fuori” un settore dove da casa si notano solo problemi aiuta molto a comprendere che quello del tessile è un filone su cui si può ancora lavorare, malgrado le difficoltà. Anche se questo sembra il momento però di farsi venire in mente delle idee nuove, che – non c’è niente da fare – non vengono, se si sta nella propria azienda con le mani sulla testa.

E, per cercare di provarlo, ho fatto un ultimo gioco con i partecipanti: ho chiesto ad ognuno di loro cosa vuol dire, in pratica, "Internazionalizzazione". I risultati sono qui sotto… 

(N.B: per ogni azienda è raccontata anche la storia personale. La trovate cliccando sul loro nome. Al momento l’aggiornamento non è completo, ma fra poche ore troverete anche quelle mancanti)

 

Raffaella Prestinoni – Pres’ – Blue Drake

«Internazionalizzazione per me, vuol dire che ogni sei mesi ho pronte le valige, organizzo le baby sitter e non spengo mai il cellulare. Per la mia azienda invece è il Lavoro, quello con la L maiuscola».

GianMarco Morazzoni – Mora
«Internazionalizzazione significa avere delle esperienze in tanti paesi: dal cinese all’americano al russo. E poi diciamo la verità:  se faccio il giro dell’Italia porto a casa zero ordini, se faccio il giro del mondo di ordini ne porto a casa un pò… »

Alberto Crespi – Cita
«Vuol dire riuscire ad andare in altri paesi e altri mondi e portare un pezzettino di gusto italiano nelle realtà diverse. La cosa più entusiasmante è conoscere le diverse abitudini e stili di vita. Quella più difficile invece è riuscire a comunicare in maniera esauriente ciò che vuoi dire » 

Arnaldo Cazzaniga – Raf e Polo
«Cos’è per me internazionalizzazione? Mettersi a confronto con il mercato mondiale. Vuol dire essere sempre pronto ai trasferimenti ai viaggi ai contatti all’estero e avere continua creatività per idee e prodotti, saperli adattare ad esigenze diverse»

 Andrea Seganfreddo – Paola Todesco
«Una volta era il feeling – per noi scattato subito – tra la mentalità cliente straniero e la nostra. Ora  è una scelta obbligata: in Italia se vendi non ti pagano…»

Angelo Saporiti – Samaf
«Interazionalizzazione significa essere costretti a spostarsi per mantenere lo stesso livello di fatturato: il mercato interno infatti non è più sufficiente, nemmeno per una azienda di carattere familiare. Questo ci costringe a spostare il mercato verso l’estero, mentre prima bastava il mercato regionale».

Claudio Grandino – StellaDueG
«E’ il libero mercato: io vado a vendere in un paese e il paese può venire a vendere nel mio. E’ la globalizzazione. Per me, inoltre, significa anche avere imparato molte lingue straniere»

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 febbraio 2006
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