L’Italia non vivrà di calcio e popcorn

Presentato all'università dell'Insubria "Capitalismo personale" di Aldo Bonomi

L’Italia in futuro non sarà condannata a vivere di calcio e a vendere popcorn sulle gradinate degli stadi. C’è ancora un futuro per il Bel Paese e sta in un ossimoro che dà anche il titolo all’ultimo libro di Aldo Bonomi  ed Enzo Rullani "Capitalismo personale", presentato all’università dell’Insubria. All’incontro, moderato dal giornalista Marco Giovannelli, hanno partecipato: Rossella Locatelli, preside della facoltà di Economia dell’Insubria, Giorgio Merletti, presidente dell’associazione Artigiani, Gianni Mazzoleni, segretario Cna, Walter Baggini, presidente di Formas azienda della Camera di Commercio. A loro il compito di sollecitare il sociologo, partendo dall’esperienza del territorio varesino che di "capitalismo personale", con le sue 60 mila imprese, perlopiù medie  e piccole, puo’ parlare a pieno titolo.
L’intervento di Bonomi ha toccato quattro punti principali.

Il cambiamento – Non esiste più la separazione netta tra capitale e persona. Una volta il capitalismo stava nelle fabbriche e nelle banche ed era separato dalla vita. Quando si tornava a casa si era tutti cittadini, padroni e dipendenti. Oggi questa separazione è scomparsa, il capitalismo chiede di mettere in gioco la sfera personale e l‘impresa deve essere espressione di valori condivisi. Gli artigiani e i piccoli imprenditori, che un tempo erano la parte residuale del capitalismo, oggi sono i principali portatori di questa visione. Il loro sapere e la loro esperienza imprenditoriale e soggettiva si devono integrare con il sapere formalizzato prodotto sul territorio dalle università, dai centri di ricerca e dalle cosiddette autonomie funzionali. C’è un rapporto nuovo con il lavoratore, al quale, prima delle competenze, viene chiesta la sua visione del mondo e i valori di riferimento.

Il capitalismo in Italia – Il nostro Paese non rientra nel modello anglosassone, dove la borsa ha un ruolo fondamentale e l’impresa è una molecola del capitale. Tantomeno in quello renano, composto da grandi imprese, grandi banche e grande sindacato. Siamo lontani anche dal modello francese, dove lo Stato ha mantenuto un ruolo forte, e distanti anni luce dal neofordismo asiatico. Il capitalismo italiano è quello dei territori, in cui il ruolo di leadership è svolto da aziende di medie dimensioni, come l’Agusta o la Merloni. In questo quadro non ha problemi chi sta dentro le mura della filiera. Soccombe chi è isolato, chi cerca un capitalismo di prossimità, svincolato dalla rete del territorio.

La globalizzazione – I processi di globalizzazione sono di 4 tipi. Non possiamo competere con il neofordismo cinese che sfrutta manodopera a basso costo e grandi impianti. Non possiamo competere con chi investe in ricerca e innovazione sulle nanotecnologie, come gli Usa, che hanno un grosso apparato militare industriale che assorbe il 70 per cento degli investimenti con una ricaduta nelle applicazioni civili pari al 30 per cento (Internet, ad esempio, è una di queste). L’Italia non sarà un’economia informale, fatta di turismo e buona cucina. Noi siamo leader nelle produzioni complesse, dove prevale un mix di creatività, design, capacità manifatturiera e tecnica. E dove la costruzione della filiera e della subfornitura è fondamentale. Un esempio? La Ducati o la Piaggio di Colaninno.

Il capitalismo e la politica – La mancanza di un conflitto tra capitale e lavoro, grande impresa e sindacato e l’importanza dei valori condivisi generano una nuova classe, una nuova borghesia. E’ un processo lungo che la Lega Nord è stata in grado di capire in anticipo, dando voce a chi non l’aveva. Anche il berlusconismo ha interpretato questo cambiamento prima dle centrosinistra costretto a rincorrere. Le risposte però sono state inadeguate. Dire "Roma ladrona", lisciando il pelo a questo nuovo ceto è come dare una pacca sulla spalla, non serve a nulla. La politica va ricostruita dal basso e vanno superati i vecchi modelli di rappresentanza: l’autoreferenzialità della politica, dell’informazione e l’esasperazione del locale fine a se stessa.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 febbraio 2006
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