Nedo Fiano, sopravvissuto alla fabbrica della morte

Perchè nessuno dimentichi quello che è stato ha scelto di non smettere mai di raccontare il dramma della shoah

La sua missione è la testimonianza. Nedo Fiano, ebreo italiano sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti ha scelto di non smettere mai di raccontare agli altri quel drammatico bagaglio di ricordi che porta con sè. Lo ha fatto moltissime volte, anche questa mattina di fronte al giovanissimo pubblico dei ragazzi delle scuole medie di Angera.  

LA LEZIONE – «Questa non è una lezione, è la lezione! Su quello che ascolterete questa mattina sarà la vita a darvi il voto e se deciderete di approfondire questa esperienza vi assicuro che potrete vivere in un modo migliore». Nedo Fiano ha iniziato a raccontare la sua storia e quella della famiglia che aveva e che ha perso per colpa della follia nazista e che mai può essere dimenticata.

CONDIVISIONE – «È il valore più importante che vi prego di imparare. Nel 1938, quando furono emanate le leggi razziali avevo tredici anni. Mi hanno cacciato da scuola e quel gesto è stato come prendere un ragazzo e lanciarlo nel vuoto da un aereo. Ho perduto tutti i miei amici ma la cosa più grave è che nessuno di loro mi ha dato solidarietà. Ho pianto disperatamente perché non hanno voluto condividere con me quello che stava succedendo. A mio padre fu tolto il lavoro e mia madre che gestiva una pensione, fu costretta a chiuderla dopo venticinque anni. A Firenze, dove la mia famiglia ha sempre vissuto, la gente non ci salutava più, gli amici si voltavano per non guardarci, facevano finta di non conoscerci».

LA FUGA – «I divieti diventarono sempre più rigidi e severi. Dopo il ’43 i tedeschi portarono in Italia le leggi di Norimberga: gli ebrei non dovevano più essere emarginati, dovevano essere eliminati! Dopo le prime retate iniziò il passaparola. Sapevamo che la polizia ci avrebbe arrestato il giorno dopo e cercavamo disperatamente un posto dove nasconderci. Fu una notte infernale. Ricordo tre valige e mia madre che le riempiva e poi le svuotava e le riempiva ancora e lo faceva con disperazione ed il volto inondato di lacrime. Ricordo anche il rumore della chiave nella toppa della porta. Un rumore secco, deciso, forte come se fosse un ultimo saluto. Abbiamo bussato a moltissime porte in cerca di un rifugio finché finalmente un amico ha deciso di aiutarci. Ma la fabbrica della morte che cresceva sempre di più riusciva a raggiungere anche gli angoli più nascosti e riuscì presto a catturarci e a separarci».

FOSSOLI – «Sono stato portato in un campo di transito. Il mio pensiero era costantemente rivolto a mia madre. Ero terrorizzato perché temevo per quello che avrebbero potuto farle. Era bellissima, era l’espressione della femminilità e della fragilità. Lì, a Fossoli, finalmente la riabbracciai, la ritrovai insieme a mio padre e ricordo la gioia immensa e infinita di quel momento. Mi rassicurò, mi disse che non le era successo niente ma da lì, dopo pochi giorni, fummo spediti ad Auschwitz».

IL VIAGGIO – «Ci hanno ammassato in un treno come degli animali. Non sapevamo dove fossero dirette quelle file di vagoni affollatissimi, progettati per il trasporto delle merci, che seguivano il loro tragitto oscillando regolarmente lungo i binari. Il giorno dopo la partenza un uomo anziano morì. Fu messo in un angolo e il colore e l’odore del suo corpo straziato moltiplicavano la nostra sofferenza. Non dimenticherò mai due neonati che gridavano per la fame e che le madri non riuscivano ad allattareprofondo e così adulto. Non era il painto dei bambini era come il lamento grave e profondo di un adulto».

LA MUSICA – «Di quel viaggio che sembrava non finire mai ricordo la musica della fisarmonica di un grande artista che fu catturato con noi e caricato sul nostro vagone. Fu il primo miracolo in quella tragedia. Quando le persone discutevano lui suonava melodie dolci per placare i loro animi e nei momenti di terrore riusciva a ridurre il peso del disagio e della sofferenza con le sue note allegre. Arrivammo a Verona, superammo il Brennero, attraversammo l’Austria e l’Ex Cecoslovacchia fino all’alta Slesia».

LA PAURA «Non sapevamo l’esistenza di Auschwitz, non sapevamo dove fossimo ma avevamo capito di essere arrivati. Dalle feritoie dei vagoni vedevamo queste immense ciminiere che sputavano fiamme sinuose e altissime e un cielo stellato meraviglioso. Ci fecero scendere. Ad attenderci c’erano i terribili mostri delle SS. Ci abbaiarono addosso con cattiveria e freddezza una moltitudine di parole e comandi che molti di noi non capivano nemmeno. Lì ho provato la vera paura. Fummo divisi, gli uomini da una parte le donne dall’altra. Fu quello il momento più terribile. Abbracciai mia madre per l’ultima volta finché non la vidi sparire in quella fila di persone. Eravamo completamente spaesati. Stanchi. Quel tragico viaggio, ci aveva animalizzato, non sembravamo più degli esseri umani e i criminali tedeschi non avevano il minimo rispetto. Erano lucidi, sapevano dove saremmo finiti».

LA FABBRICA DELLA MORTE – «Tutto era studiato con una precisione perversa di numeri e tempi: svestizione, gasazione e cremazione. Fu così che uccisero mia madre. Io invece rimasi con mio padre. Ci misero in quarantena con pochissimo cibo. Da lì si usciva come cadaveri fatti di ossa e pelle in uniforme a strisce con ai piedi zoccoli di legno che rendevano disumano perfino il nostro modo di camminare».

OSARE – «Riuscii a salvarmi da quell’inferno per miracolo, grazie agli insegnamenti di mio nonno che da bambino mi fece imparare il tedesco. E quando quegli animali vestiti da ufficiali chiesero se qualcuno conosceva la loro lingua osai e mi feci avanti anche se dentro di me morivo dal terrore. Fui assegnato incredibilmente al corpo degli interpreti e mi misero ad attendere i convogli dei deportati. Vidi arrivare persone dalla Grecia e dalla Francia, li vidi scendere dopo giorni e giorni di viaggio. Fui testimone di momenti spaventosi».

BUCHENVALD – «Avevo vent’anni quando fui liberato. Ero stato portato nel campo di Buchenvald. Ero molto malato e dal reparto dove ero ricoverato per una grave infezione alla gamba si finiva direttamente nei forni crematori. Finchè finalmente arrivò quel giorno. Sentii degli spari e vidi entrare un uomo che con disperazione si guardava attorno cercando di capire che cosa fosse realmente quel posto. Era il militare della croce rossa, l’uomo che ci portò via, ci curò e ci liberò».

MEMORIA – «La immagino come un’enorme biblioteca con centinaia di scaffali, migliaia di volumi classificati per temi e argomenti e dove l’uomo ha la grande capacità di recuperare al momento giusto quel libro che gli interessa. Come sto facendo io adesso con voi aprendolo al pubblico per la seicentotrentasettesima volta».  

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 febbraio 2006
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