«Ora il sindaco ci chieda scusa». Mucci: «Non ne vedo il motivo»

Toni accesi dopo l’ordinanza del primo cittadino: «Preghiamo in un serraglio, ci trattano come fossimo bestie»

Duecento paia di scarpe di fianco a Palazzo Borghi. E una scala che poco prima dell’inizio della preghiera fa capolino tra le teste dei fedeli, pronti per la preghiera del venerdì: c’è da aggiustare la telecamera che sorveglia la piazza, e due operai sono al lavoro all’interno del “recinto” che separa la strada attraversata dai gallaratesi, a piedi e in bicicletta, da un quadrato, porzione di piazza Libertà, che per un’ora è off limits a chi non si toglie le scarpe. Il lavoro di manutenzione alla telecamera si blocca pochi istanti prima della preghiera. Mohamed Rachdi, un ragazzo che avrà da poco superato la trentina, con giacca beige e barba di una settimana, guarda da vicino. 

È il portavoce della comunità islamica di Gallarate. «Vede? Li vede quegli operai che stanno lavorando proprio nello spazio che noi usiamo come moschea all’aperto? Ecco. Proprio adesso li dovevano fare quei lavori? Proprio adesso? A me sembra una provocazione – dice».
Continua a guardare in silenzio. Qualche fedele arriva, si scambiano i saluti in arabo. Poi va avanti: «Ci trattano come bestie. Solo le bestie vengono messe nei recinti, tra le sbarre. E’ una situazione ingiusta e inammissibile per un paese civile». Sono parole pesanti, che però i fedeli si passano di bocca in bocca, e di sguardo in sguardo. Tanti sono in silenzio e rispondono solo alle orazioni dell’imam, che nella sua predica “spara” contro il comune, contro i cambiamenti di destinazione d’uso degli immobili, concessi a tanti ma non ai musulmani che con una colletta hanno comprato lo stabile di via Varese. E poi chiede le scuse del sindaco. «Che venga in moschea a chiederci scusa per i disagi che dobbiamo subire». Nessuno, dell’amministrazione comunale, si fa vivo.
Ma il sindaco, Nicola Mucci, per telefono non ha dubbi. «Credo che la parola "scusa" sia inappropriata – spiega il primo cittadino . Non vedo per quale ragione dovrei utilizzarla. Né io, né l’amministrazione tutta abbiamo offeso, né usato comportamenti preclusivi nei confronti della comunità islamica. Chi la pensa diversamente, vale a dire chi ritiene che interpretare la legge, come è stato nostro dovere fare, costituisca un motivo per dover chiedere scusa, allora ha una visione tutta sua delle regole. Del resto per questa vicenda il quadro di riferimento appare chiaro: lo stabile di via Varese era utilizzato palesemente come edificio di culto, senza averne i requisiti. Sono arrivati a dirci che i lavori sono in corso e che la comunità islamica sta essa stessa lavorando all’interno degli immobili per sistemarli: non mi pare che le 250 persone che ogni venerdì vi si ritrovino, siano lì per operare la ristrutturazione o la manutenzione dello stabile».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 febbraio 2006
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