Piera Macchi, campionessa anche senza l’Olimpiade

Intervista alla sciatrice varesina, ex della "Valanga Rosa". «Nell'80 mi fermò un infortunio. Claudia Giordani, il nostro esempio»

Manca ormai una manciata di giorni all’inizio delle Olimpiadi di Torino, quei Giochi che per colpa di un maledetto infortunio al piede subito sulla pista di Berchtesgaden non figurano nel curriculum della varesina più forte di sempre tra le porte dello sci alpino. Lei si rifece sullo stesso tracciato due anni dopo, cogliendo un sesto posto che la confermò tra le grandi interpreti della specialità di inizio anni ’80.

"Lei" è Piera Macchi da Besnate, la specialità era lo slalom, la squadra quella azzurra. Non una nazionale qualsiasi: Piera era parte integrante della "Valanga rosa", la versione femminile dello squadrone di Thoeni e Gros. Le sue compagne erano Claudia Giordani, Daniela Zini, Maria Rosa Quario e, in ultimo, Paoletta Magoni: nomi che hanno appassionato milioni di italiani che seguivano un gruppo agguerrito e spesso vincente attraverso le appassionate telecronache di Alfredo Pigna.

Da Besnate alla Nazionale di sci alpino, una carriera inconsueta.
«È vero, ma in famiglia abbiamo sempre coltivato la passione per la montagna e lo sci. Avevamo una casa a Gressoney e lì iniziai a crescere con gli sci ai piedi. Durante una vacanza lassù, quando avevo undici anni, mio papà mi iscrisse ad una settimana estiva organizzata dalla Asiva, il comitato valdostano, e venni selezionata per la rappresentativa regionale giovanile. La mia carrierà iniziò così e proseguì con la leva nazionale. Feci tutti i gradini delle squadre giovanili e poi quella delle rappresentative azzurre. Dalla C alla A».

Nel 1978 arrivarono le prime gare di coppa, poi sei anni ad alto livello fino all’84. Ma per lei non ci fu la gioia olimpica.
«Nel 1980 i Giochi erano a Lake Placid ed ero praticamente certa della convocazione in quanto ero la "seconda punta" della Nazionale di slalom. Poche settimane prima della cerimonia di apertura però mi ruppi un piede cadendo a Berchtesgaden. E così – sorride oggi – facilitai le scelte del mio allenatore. A Sarajevo ’84 la cosa andò in modo completamente diverso: venivo da un grave infortunio capitatomi l’anno prima, la frattura della tibia. Nonostante ciò, riuscii a rimettermi in forma, ma una serie di scelte da parte dello staff, supportato anche da mosse "politiche" poco limpide, mi fecero desistere. La mia esclusione dai Giochi era segnata, io mi ritirai ad un mese da Sarajevo. Partecipai a un Mondiale, quello di Schladming ’82, ma non vado molto fiera dell’undicesimo posto ottenuto».

In carriera ha conquistato due quarti posti ed altri undici piazzamenti in gare di coppa del Mondo. Le manca il podio, solo sfiorato in diverse occasioni?
«Non sono particolarmente dispiaciuta di non essere riuscita a salire su un podio di Coppa. Piuttosto sono rattristata per un’altra cosa, ovvero di non avere avuto al mio fianco le persone giuste nei momenti più delicati. Mi riferisco a gente come Guido Regruto, uno dei miei primi allenatori, o come Michele Stefani che credette in me e convinse mio padre a non "togliermi" dal giro azzurro quando si accorse di un ambiente poco "accogliente". Se fosse stata data loro la possibilità di seguirmi più da vicino, forse avrei colto risultati ancora migliori».

Claudia Giordani fu la "capostipite" di quello squadrone femminile. Qual era il rapporto tra di voi?
«Claudia era la nostra capitana in tutti i sensi: gerarchico, morale, sportivo. L’esempio da seguire. Ricordo che io e la mia compagna Wanda Bieler a fine allenamento la seguivamo nelle ultime discese per studiare il modo in cui faceva le curve o sceglieva le traiettorie. Cercavamo così di carpire qualche segreto della sua classe e del suo successo. Con lei mi sento tutt’ora; sono dispiaciuta e sorpresa del fatto che nessuno l’abbia contattata per portare la fiaccola in vista di Torino 2006. Un vero scandalo».

Oltre a Giordani, ha ancora contatti con le sue compagne di squadra di allora?
«Sì, ogni tanto sento Wanda, ma anche Daniela Zini che era la più forte tra le slalomiste. Quando io ero settima nelle classifiche mondiali, lei era al quinto posto. Poi di recente ho ritrovato Pierino Gros con cui ho cercato di mettere in piedi un progetto di volontariato da proporre ai miei alunni, che purtroppo non è andato in porto. Pazienza».

Lei oggi è un’apprezzata insegnante di educazione fisica.
«Apprezzata lo spero, precaria di sicuro. Sono diplomata Isef da tanti anni, insegno alla Scuola Europea di Varese, ma ho il titolo di "incaricata di corso", ovvero non sono di ruolo. I meriti sportivi, purtroppo, non contano».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 febbraio 2006
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