Presidio alla Orlandi, i lavoratori sul piede di guerra

Cgil-Cisl-Uil e AlCobas pronti a continuare le proteste se la trattativa non verrà riaperta. Il 28 febbraio in Provincia un altro incontro decisivo

 Fuochi all’interno del cortile e striscioni sui cancelli. Si presentava così la Orlandi Spa, azienda tessile di Gallarate oggetto del presidio prolungato dei lavoratori di Cgil-Cisl-Uil e AlCobas. La Orlandi ha deciso la messa in mobilità di 20 dipendenti (15 subito e 5 a seguire), non solo operai, ma anche impiegati, generando la rottura delle trattative con le sigle sindacali. La produzione della ditta, che in provincia di Varese ha due sedi, a Gallarate in via XXIV Maggio e a Cassano Magnago, produce tessuto non tessuto per il settore arredamento (coperture, panni, ecc…), il calzaturiero e farmaceutico ospedaliero. Il reparto più interessato dal provvedimento è quello dello spull lance, ma anche altri settori sono colpiti.

La rottura è arrivata dopo una serie di incontri tra proprietà e delegati sindacali, ma una soluzione non è stata trovata: «L’ultima riunione si è svolta il 10 febbraio all’Agenzia regionale del lavoro – spiega Domenico De Felice della Filtra Cgil -, sfociata in un verbale di mancato accordo. La proprietà è ferma sulle proprie posizioni, non dà spazio alla trattativa e ha dichiarato la procedura conclusa. Per noi ci sono tempi e modi diversi per trattare la vicenda. Vogliono decidere per conto loro quali lavoratori lasciare a casa, noi chiediamo che si lasci la possibilità di uscire dal lavoro volontariamente. La proposta economica che ci hanno fatto, poi, non possiamo prenderla in considerazione: 3500 euro non sono neppure quello che dovrebbero dare in caso di accordo, che si aggira sui 4800 euro. Noi abbiamo proposto di partire da 10 mila euro trattabili, vedremo se si arriverà ad una soluzione positiva». 

Un altro incontro, decisivo per le sorti dei lavoratori, è previsto per il  28 febbraio prossimo con l’agenzia regionale del lavoro a Villa Recalcati . «Non sembrano avere volontà di trovare un accordo – prosegue Carlo Stefanuto, dipendente della Orlandi -.  Il fatto è che l’azienda ha ancora mercato: riducono il personale, dicono che sono in crisi da almeno un anno e mezzo (da quando ha chiuso la produzione del filato), ma poi assumono appoggiandosi sulle agenzie interinali. La produzione è calata, è vero, ma perché la proprietà ha deciso di diminuire i turni da 5 a 3». I lavoratori presenti sul piazzale hanno paura di perdere tutto: per legge non si possono fare i nomi di chi verrà lasciato a casa, e se decide l’azienda autonomamente tutti sono in bilico. Ci sono dipendenti oltre i 40 anni che lanciano l’allarme: «Il settore è in crisi, la nostra produzione non ha alternative in provincia di Varese, reinserirsi è impossibile. Abbiamo famiglia e figli, rischiamo di perdere tutto». Il fantasma dell’Olimpias, poi, aleggia su tutte le ditte tessili nel sud del varesotto: «Tante parole, ma fatti non se ne sono visti – prosegue De Felice -. L’azienda di Cassano Magnago ha ridotto il personale, i politici e le istituzioni che si sono fatti vedere nei giorni della protesta sono spariti appena la bolla è scoppiata. Il conto alla fine lo paga la gente, i lavoratori».

A concludere ci pensa Antonio Ferrari, dell’AlCobas: «Andremo avanti finchè non avremo risposte. Decideremo le forme di lotta con assemblee nei prossimi giorni, prima dell’incontro in Provincia. Chiediamo che i 20 esuberi siano volontari, che gli incentivi siano adeguati e che la produzione resti a Gallarate. Se non ci ascoltano, le nostre risposte saranno forti e determinate, qui come alla Mizar, per la quale la parola fine non è ancora stata detta». 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 febbraio 2006
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