Skate e dintorni

La testimonianza appassionata e scanzonata di un old-skater varesino, Alessandro De Simone

Parlare di skate non è una cosa facile, soprattutto se lo si chiede a chi questo sport lo ama e lo pratica da molti anni. Il mondo dello skateboard va oltre al gesto atletico ed a quello che comunemente viene definito "sport".  Cominciamo dalla storia, da come è nato. Lo skateboard è figlio del surf, nasce nella westcoast californiana, dove l’ambiente del surf era più sviluppato. Nasce per la voglia di poter riprodurre le figure fatte in acqua con la tavola, anche in strada, anche quando l’oceano non permette di uscire con il surf. Sono proprio i surfers che si mettono all’opera per costruire i primi rudimentali skateboards. La scena si sviluppa velocemente, le tavole iniziano a prendere forme più definite, le ruote e i truck (gli "attacchi" che tengono le ruote) non sono più "rubati" dai pattini ma cominciano a fare la comparsa componenti costruiti ad hoc. Con molta calma il fenomeno dello skateboarding arriva anche in Europa. Il primo boom nella nostra penisola risale agli anni ’80. Lo skate ha sempre vissuto di alti e bassi.

Lo skateboard nasce in strada, e da questa prende spunto per creare le manovre che gli skater compiono. E’ così che un muretto diventa prima un ostacolo su cui provare a salire, poi la superficie su cui far scivolare la "pancia" della tavola, e ancora un punto di partenza da cui saltare giù, avendo così più tempo per far compiere alla tavola evoluzioni più complesse, fino ad arrivare all’unione di tutte queste cose per creare la "line", la session. Lo skater guarda con occhi diversi la città, riconosce subito un posto dove poter passare i pomeriggi a distruggersi stinchi e quant’altro. Lo skater sa dove c’è l’asfalto liscio, dove sono gradini e muretti di marmo, quel passamano che prima o poi proverà a scendere scivolandoci sopra con la tavola. Sa dove sono le buche sui marciapiedi, quali vie hanno il porfido e dove sono le poche fontanelle ormai rimaste. E sa anche dove poter skateare in tranquillità, dove il vicinato o i negozianti in zona non chiamano i vigili al primo rumore di rotelle.

La convivenza con i non-skater non è sempre facile anzi…Da una parte gli "adulti" vedono questi giovani “vestiti a caso” passare i pomeriggi facendo fracasso, consumando il bordo di marciapiedi e muretti della loro bella città. Ragazzi disordinati, che sudano, si arrabbiano quando sbagliano un trick (una manovra) o quando si fanno male. Spesso si finisce per dare fastidio a quelle persone che vorrebbero la città come un modellino, tutto in ordine e pulito. Forse queste persone dovrebbero ricordarsi che sono state anche loro giovani, e che se non hanno avuto la possibilità di divertirsi non devono sentirsi in dovere di negarla agli altri. Dovrebbero invece essere felici di vedere ragazzi che passano il loro tempo facendo sport, sfruttando l’architettura della città in un modo del tutto sconosciuto all’architetto che l’ha disegnata.

Lo skateboarding stimola la fantasia, la coordinazione, fa stare giovani in gruppo facendo incontrare persone. Permette uno scambio culturale che non può che far bene. Lo skate non ha regole, non ha un allenatore, allenamenti ed orari, si può praticare ovunque, è anche questo il motivo per cui viene visto come un gioco, una cosa poco seria fatta da ragazzini che non hanno ancora in mente cosa fare nella loro vita. Non raggiungi mai un punto in cui ti puoi dire arrivato, hai sempre da imparare. Sono infinite le manovre possibili, come sono infinite le volte che si cadrà, arrivi a 30 anni e ti sbucci le ginocchia come un ragazzino. Lo skater che non si fa male è quello che ha deciso di non voler imparare più niente, e da quel momento cessa di essere uno skater. Il mondo dello skate non si può racchiudere solo nello sport. C’è un universo che gli gira intorno, si può parlare veramente di una skateboard-culture. Ora, finalmente, anche in Italia. Skate for fun!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 febbraio 2006
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