Velleità di progresso apparente

Lo scrivere di privatizzazioni la scorsa settimana mi ha indotto a riandare ai personali ricordi relativi agli anni 2000 e 2001 quando in Comune a Varese si era discusso sulla privatizzazione di ASPEM, la società di proprietà del Comune che si occupa della captazione e distribuzione dell’acqua potabile, della distribuzione del gas metano, della raccolta dei rifiuti urbani. Come ho detto, questa vicenda ha comportato il dibattito su vari temi che concernono i servizi pubblici e le modalità in cui essi sono svolti, la proprietà dei relativi mezzi di produzione, la qualità, il costo, il controllo dei servizi. Sono emersi, su tutti i temi, diversi punti di vista.

E’ interessante, dopo cinque anni, rivedere questi temi perché aiutano a capire anche il presente e perché le decisioni a suo tempo prese hanno ripercussioni anche attuali.

Prima questione: è opportuno che il Comune si privi di tutta o di parte di un’azienda che rappresenta un suo patrimonio di tradizione, di esperienze umane, di storia e di efficiente organizzazione produttiva che dà utili? Il mio pensiero era che la missione di un comune non fosse di gestire aziende di servizi, ma di fissarne i criteri di esecuzione ed i parametri qualitativi, e di controllare nel loro diuturno svolgimento il rispetto delle regole da parte del concessionario. Il Comune avrebbe lucrato i diritti di concessione e si sarebbe solo dovuto dotare della competenza necessaria per fissare le regole e farle rispettare. Con questa impostazione il comune avrebbe potuto alienare anche tutta l’azienda. Si concluse con il dover mantenere di proprietà comunale almeno il 51 % di ASPEM, e così venne impostato il bando di gara: era offerto il 40% delle azioni, il 51% sarebbe rimasto al comune, il 9% sarebbe stato disponibile per essere assegnato a enti comunali interessati, con modalità ancora da definire.

Seconda questione: ASPEM sarebbe dovuta rimanere una società multiservizi, o si sarebbero dovute costituire società distinte per i vari settori di attività? La mia valutazione era che le tre attività di ASPEM avevano caratteristiche operative tanto diverse, che la suddivisione in società specializzate avrebbe potuto facilitare l’identificazione di partners interessati, avrebbe consentito una gestione più efficace, avrebbe meglio valorizzato il patrimonio investito. Tuttavia prevalse la riluttanza a fare ciò che, con improprio paragone gastronomico, venne chiamato “lo spezzatino”, e la società venne tenuta integra quale azienda multiservizi.

Terza questione: venne modificato lo statuto e venne introdotto il cosiddetto “azionariato di controllo civile”, secondo cui ogni utente avrebbe avuto assegnato una azione della società, ciò che gli avrebbe dato il diritto di assistere alle assemblee societarie e di chiedere chiarimenti al consiglio di amministrazione e al collegio sindacale. Il Comune avrebbe, tramite questo istituto, potuto educare i cittadini a interessarsi di un importante aspetto economico della città, abituandoli a partecipare a riunioni in cui avrebbero potuto fare domande e ottenere risposte, qualcosa di diverso dall’assistere passivamente alle sedute del Consiglio Comunale. E so, per esperienza diretta in società quotate, come anche un solo azionista di disturbo induca il Consiglio di amministrazione ad attenta cura nel proprio agire.

Il prezzo minimo per il 40% delle azioni fu fissato a 65 miliardi di lire (un prezzo ritenuto più che congruo dai tecnici) con la clausola che, ove i concorrenti fossero stati meno di tre, la Giunta avrebbe potuto annullare la gara. Alla fine restò solamente un concorrente: la cordata formata da Enel e dalla società varesina Econord di Gianluigi Milanese, l’imprenditore le cui confessioni nel ’94 avevano trascinato anche la Lega nell’inchiesta sulla tangentopoli varesina, e la gara fu annullata. Certo quei soldi avrebbero fatto comodo per vari investimenti del Comune, non ultimo quello connesso alla sistemazione di villa Baragiola acquistata dal Comune nel marzo 2001 e ancora oggi in un limbo di incerta destinazione.

Cosa è successo da allora? E’ stata costituita nel 2002, pariteticamente da ASPEM di Varese, AGESP di Busto Arsizio, AMSC di Gallarate, la Prealpi Servizi s.p.a. che si sarebbe dovuta occupare, su base provinciale, della erogazione dei servizi gas, acqua, rifiuti, energia e gestione calore, ma a oggi è ancora tutto fermo. ASPEM continua a lavorare come prima, ma da un paio d’anni non ha più utili sufficienti per dare dividendi al Comune di Varese.

Osservazioni conclusive: i servizi pubblici continuano ad essere erogati, ma non c’è modo di sapere se lo sono al meglio di prezzo e qualità possibili; la concorrenza resta virtuale; i piani di accorpamento alla ricerca della massima efficienza, salvo la costituzione di Prealpi Servizi inattiva pur con indubbi costi di struttura, restano non attuati e forse inesistenti; ASPEM non dà più dividendi; il comune continua ad essere proprietario del 100% delle sue società di servizi (ha anche acquistato nel frattempo a caro prezzo il 40% di Varese Risorse già in mano privata) e non è che svolga una politica più ispirata al pubblico interesse che se ne avesse privatizzato il 40%; ogni rumore è sopito e le cariche nei consigli di amministrazione si evolvono normalmente.

I giochi di una politica di maniera: che spreco di opportunità, di ricchezza, di tempo!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 febbraio 2006
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