Esami più severi per le nuove adesioni all’UE

Parlamento europeo rigoroso sulle condizioni per i futuri allargamenti

Il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione Brok (PPE/DE), con la quale chiede alla Commissione che le decisioni sulle nuove adesioni all’Unione europea si basino su "condizioni eque e rigorose", attraverso "criteri chiari ed oggettivi per ogni fase del processo di adesione". Viene quindi fatto il punto sulle condizioni che devono essere rispettate da parte dei paesi candidati e della stessa Unione. In particolare, la risoluzione fa riferimento alla capacità di assorbimento dell’Unione europea, per cui, prima di ogni ulteriore adesione, sarebbe necessario definire chiaramente la natura dell’Ue, comprese le sue frontiere geografiche, ed assicurare che vi siano le risorse finanziarie sufficienti, in vista di un adeguato finanziamento delle sue politiche.

In questo contesto l’Ue, prima di aprirsi a nuovi allargamenti, dopo quello a Romania e Bulgaria, previsto per il 2007, dovrebbe quindi definire le proprie frontiere, ampliare il proprio budget e disporre del trattato costituzionale, la cui mancata entrata in vigore impedisce di accrescere la sua capacità di assorbimento (l’attuale struttura non è infatti adeguata ad un’Europa a 27 o più paesi membri). Secondo il relatore Brok, presidente della Commissione per gli Affari Esteri del PE, l’Unione europea non è in grado, con i mezzi di cui dispone al momento, di accogliere nuovi Stati membri, senza correre il rischio di "sparire" come progetto politico; la capacità di assorbimento dovrebbe pertanto essere il criterio fondamentale per valutare ogni adesione futura. Viene inoltre proposta una terza strada, a metà fra l’adesione e la politica di vicinato, vale a dire uno spazio economico europeo multilaterale.

Alcuni eurodeputati, fra cui Daniel Cohn-Bendit (copresidente del gruppo dei Verdi), si sono opposti alla dottrina Brok, ritenendo che sarebbe una "catastrofe politica" per i paesi che si stanno riavvicinando all’Europa, come ad esempio i paesi dei Balcani, essere esclusi dall’integrazione politica per essere semplicemente ammessi ad una sorta di zona di libero scambio.

Altri ancora, come l’austriaco Hannes Swoboda (vicepresidente del gruppo del PSE), hanno sottolineato che deve essere l’Unione stessa a compiere gli sforzi necessari per migliorare la propria capacità di assorbimento, e non i paesi candidati.

In effetti, la prospettiva dell’adesione ha esercitato in passato, per i paesi dell’Europa centrale ed orientale, ed esercita tuttora, per i paesi attualmente candidati, un forte stimolo a proseguire sulla via della libertà e della democrazia; come sottolineato dal commissario all’allargamento Olli Rehn, l’assenza di tale prospettiva potrebbe destabilizzare la situazione già delicata della regione dei Balcani.

E’ lecito quindi chiedersi quale sia la via su cui l’Unione debba procedere; a quasi sue anni di distanza dall’ultimo allargamento, che ha visto entrare dieci nuovi paesi ed aumentare la sua popolazione fino a 457 milioni di abitanti, sono infatti emersi, oltre ai ben noti timori sociali (di cui il tanto temuto idraulico polacco è solo un esempio), anche una serie di problemi strutturali, resi ancora più evidenti dal fatto che la Costituzione europea, dopo i "no" francese ed olandese, giace in una sorta di "limbo". In questa situazione l’Europa è divisa fra chi sostiene che l’Unione non possa continuare ad allargarsi all’infinito, pena il venir meno delle sue ambizioni politiche, e chi invece, vedendo nella prospettiva di adesione all’Unione il migliore mezzo per stabilizzare la situazione politica al di fuori degli attuali confini dell’Europa e per far sì che alcuni paesi progrediscano sulla via della democratizzazione e del rispetto dei diritti umani, è invece bendisposto ad accogliere quanti desiderosi di entrare.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 marzo 2006
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