Italiani “mammoni”, per scelta o per necessità?

I giovani italiani risultano essere i primi in classifica, in Europa, quanto a difficoltà a lasciare il tetto familiare

I giovani italiani risultano essere i primi in classifica, in Europa, quanto a difficoltà a lasciare il tetto familiare. L’ennesima ricerca, condotta da Parship, società di incontri on-line, su 2.780 single in 10 paesi europei, lo conferma. Se, in media, il 48% dei single europei vive a casa dei genitori, nel nostro paese la percentuale è decisamente più alta e raggiunge l’83%; gli italiani sono seguiti a ruota dagli spagnoli (61%), mentre i più indipendenti sono gli svizzeri, la cui percentuale si aggira intorno al 26%.

I ragazzi italiani sono dunque irrimediabilmente vittime della sindrome di Peter Pan?  Toccati nel vivo di un problema che interessa migliaia di giovani in Italia, non ci sentiamo proprio di condividere le conclusioni tratte dai risultati della ricerca.
Lo studio non sembra infatti tenere sufficientemente in conto le enormi differenze esistenti fra i vari paesi europei in termini di occupazione, stipendi, istruzione, percentuale di pensionati ecc… Sono ormai moltissimi in Italia i giovani laureati che, terminati gli studi, invece di riuscire a realizzare, finalmente e dopo tanti sforzi, i propri progetti di vita, si ritrovano invece ad ingrossare le file dei disoccupati, continuando a vivere in casa con i genitori. Accanto ad una percentuale di giovani "parcheggiati" all’università, esistono anche tanti ragazzi che riescono a terminare gli studi nei tempi previsti e che vorrebbero, una volta ottenuta la preziosa pergamena, cominciare a "vivere", non dovendo più dipendere dai genitori. La situazione in cui si ritrovano è invece tutt’altra e, se va bene, riescono ad ottenere uno stage, quasi sempre non retribuito. Lo stage infatti, nato come un periodo di tirocinio e di addestramento in vista di un’assunzione, è ormai divenuto, ovunque in Europa, un passaggio obbligatorio fra la fine degli studi e l’inizio dell’attività lavorativa vera e propria; il problema è che ora questo periodo si prolunga spesso per alcuni mesi e, soprattutto, si trasforma in un vero e proprio sfruttamento da parte delle aziende, dal momento che l’assunzione, o anche solo un contratto a progetto (il famoso co.co.pro.) sono un vero e proprio miraggio che pochi stagisti hanno la fortuna di vedere all’orizzonte. Inoltre, e qui cominciano ad emergere le differenze fra il nostro ed altri paesi, lo stage non è previsto all’interno del corso di studi universitari, così gli studenti italiani si trovano a passare per questa tappa generalmente dopo la laurea, ad una età maggiore rispetto agli altri europei. L’età media dei laureati italiani si aggira, infatti, intorno ai 27-28 anni, contro una media europea molto più bassa; al riguardo ci sembra giusto ricordare, tuttavia, che in Italia la scuola superiore dura 5 anni, non 4, e che all’università, almeno con il vecchio ordinamento (oggi sostituito dal sistema del 3+2), la laurea si raggiungeva dopo un corso di studi di 4 o 5 anni, a seconda delle facoltà.

 

In questo modo il momento in cui è possibile "staccarsi" dal nido familiare viene continuamente ritardato ed in ogni caso, come si potrebbe andare a vivere da soli se lo stipendio di un neoassunto non è sufficiente nemmeno per pagare l’affitto?

In questo contesto di inoccupazione, aumentano a dismisura nel nostro paese i master e le scuole di specializzazione per la formazione post-laurea; dopo un diploma di scuola superiore, una laurea, un master e l’eventuale conoscenza di altre lingue, non sono pochi i giovani che si ritrovano ancora "a spasso", in una situazione paradossale in cui più si è qualificati e più si incontrano difficoltà a trovare lavoro. Dando un’occhiata agli annunci delle agenzie di lavoro, che ricercano idraulici, operai, imbianchini, magazzinieri ecc…, è lecito chiedersi se valga la pena di studiare per vent’anni, se poi non c’è alcun bisogno di laureati, ma di braccia forti per lavori manuali.

Fra l’altro, si parla spesso dei giovani che restano a casa "con mamma e papà", e raramente di tutti quelli che partono e vanno a lavorare all’estero, in paesi dove le prospettive di lavoro e di crescita professionale sono decisamente più invitanti. Non è un caso, infatti, che in qualsiasi concorso o selezione a livello europeo il numero di iscritti italiani, spagnoli o greci sia di gran lunga maggiore rispetto a quello di altri paesi; la ragione è molto semplice: le prospettive, gli stipendi e l’ambiente di lavoro sono molto più stimolanti, soprattutto nel settore della ricerca (rispetto allo stipendio "da fame" offerto ai ricercatori nelle nostre università).

Di fronte alla possibilità di scegliere fra Italia, da una parte, ed Europa o Stati Uniti dall’altra, sempre più persone decidono di partire. La realtà dei fatti è che pochi sembrano preoccuparsi del problema, salvo poi lamentarsi quando i telegiornali propongono periodicamente servizi sulla "fuga dei cervelli" dall’Italia o sul Nobel vinto da italiani all’estero.
I giovani che partono sono ovviamente "i migliori", ricercatori e studenti di cui il nostro paese si priva ogni anno perchè non è in grado di offrire loro una valida alternativa. Almeno questo bisogna infatti riconoscerlo: sono molti gli italiani che vengono assunti all’estero, probabilmente anche perchè dopo anni ed anni di studio, ed un sistema scolastico che, come già detto, ci vede studiare più a lungo, evidentemente qualche differenza nella preparazione esiste, soprattutto in settori come la medicina o l’ingegneria. Bisogna poi rimarcare che per chi volesse, a distanza di anni, ritornare nel Belpaese, le difficoltà non sono davvero poche, poiché la posizione raggiunta all’estero non è assolutamente comparabile a quella che si otterrebbe, a parità di competenza ed esperienza, tornando in Italia.

Per i giovani che vivono in Italia risulta dunque estremamente difficile rendersi abbastanza indipendenti, dal punto di vista economico, per potersi permettere di andare a vivere da soli. 
In questa situazione di non-indipendenza, tutte le tappe della vita vengono ritardate ed è naturale che i nostri vicini europei abbiano di noi l’immagine del trentenne eterno mantenuto, del "mammone" che fatica a staccarsi dalla sottana materna perché in fondo è comodo non pagare l’affitto e le bollette, trovare il pranzo pronto e le camice stirate ecc..
In effetti la realtà, in molti casi, non è questa; si tratta piuttosto di una scelta forzata in un clima sociale ed occupazionale che non offre, per il momento, grandi opportunità di cambiamento.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 marzo 2006
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