Nasce la “rete per liberare” i minori che sbagliano

Nata sotto l'egida del CVV, l'iniziativa coinvolge le associazioni di volontariato che collaborano con i servizi sociali per recuperare i ragazzi con precedenti penali

Si chiama "La rete che libera" e serve ad aiutare i ragazzi che hanno commesso un reato. È un’iniziativa che sta partendo proprio in questi giorni nel distretto di Varese: una decina di ragazzi implicati in reati penali verrà affidata ad associazioni di volontariato per ritrovare la propria dimensione sociale.

Nel progetto sono coinvolte una dozzina di associazioni di volontariato, dalle diverse missioni: ambientale, sociale, sportive, oltre ai servizi sociali del Comune di Varese e l’Ufficio Servizio Sociale Minorenni. L’affidamento ai servizi sociali fa parte di un tentativo di recupero del minore che delinque e che si chiama "messa alla prova". Si tratta di un’occasione che il giudice concorda con il minore sospendendogli il giudizio per un periodo dai 6 mesi ai 3 anni al termine del quale, in base ai risultati ottenuti, può anche decidere di archiviare il procedimento con l’estenzione del reato.

L’esperimento è stato accolto con entusiasmo dalle associazioni di volontariato coinvolte: la scelta del campo di attività avviene in base alle inclinazioni del giovane che poi viene accompagnato e seguito da un educatore della "Cooperativa Il Sorriso".
Il ragazzo diventa uno dei tanti volontari dell’associazione facendo l’attività proprio come gli altri "colleghi". La sua condizione è nota solo al coordinatore che segue il minore registrandone i comportamenti. «La messa in prova è un percorso molto pesante – spiega uno dei volontari coinvolti nel progetto – se il ragazzo non è supportato da una reale volontà di reintegrarsi e di mettersi al servizio degli altri non riesce a sostenere il compito assegnatogli».

Di solito, la decisione in merito alla "messa in prova" viene verificata dagli assistenti sociali che seguono il minore dopo che si apre il procedimento penale: dai colloqui, dagli atteggiamenti si può capire la volontà del singolo ad espiare e ad assumersi le proprie responsabilità: « Il periodo di prova varia ma non in base alla gravità del reato. Dipende dalla volontà di mettersi in discussione e di rivedere il proprio modo di relazionarsi».

La messa alla prova non si limita all’affidamento ai servizi sociali ma è un percorso che si articola in vari modi, comprendendo anche la scuola e la formazione. Mira a ribaltare gli schemi mentali e relazionali del ragazzino che, fino a quel momento, ha vissuto con modelli distorti, spesso subendo abusi od omissioni.

La rete che libera serve per dare maggior supporto all’opera di recupero, a strutturare il cammino con un’azione a rete che permette il continuo  monitoraggio delle tappe raggiunte.

La "messa alla prova" sta subendo, negli ultimi anni, un ridimensionamento nei casi di gravi reati. I giudici mostrano maggiormente la tendenza alla repressione: a volte non si hanno alternative davanti a comportamenti ostinati dove il giovane rifiuta di prendersi cura di sé, altre volte è proprio la gravità dell’atto a dissuadere i magistrati dal tentare vie riabilitative pure. Per gli operatori di Varese, che ogni due settimane si trovano al CVV,  l’occasione che si apre con la "rete che libera" va sostenuta con convinzione, nonostante le difficoltà che comporta.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 marzo 2006
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