“Noi, i dannati dello smistamento bagagli”

Lamentele assortite da parte dei dipendenti di Sea handling: orari inumani, regolamenti discutibili, e una preoccupante spaccatura tra "garantiti" e interinali, italiani ed extracomunitari

I più agguerriti fra i lavoratori che per tre ore hanno tenuto con il fiato sospeso Malpensa erano e restano i lavoratori dell’handling o smistamento bagagli, lavoro duro e delicato a un tempo. Durante l’assemblea molti di essi hanno letteralmente preso d’assalto i pochi giornalisti presenti, facendo presente la gravità dei problemi sul lavoro che incontrano di giorno in giorno. Non ne citeremo i nomi su loro espressa richiesta, per evitare ritorsioni sugli interessati.

Fra le lamentele ricorrenti vi è l’esplosione del numero di interinali, che ormai supera il 50% del personale, con effetti grotteschi. Da una parte i "garantiti", persone con esperienza spesso pluriennale in Sea e orgogliose di una professionalità costruita nel tempo, e che ancora avevano ricevuto una formazione. Dall’altra i precari, terrorizzati o ossequienti, fra cui un gran numero di extracomunitari messi al lavoro apparentemente senza formazione alcuna, demandata ai capisquadra. Uno di questi ultimi ammette: "È un problema. Non solo dobbiamo lavorare come bestie, essendo ormai ridotti a squadre di tre uomini per caricare interi voli intercontinentali, con bagagli che quasi mai rispettano il limite previsto dei 25 chili (si sa, il cliente ha sempre ragione), ma dobbiamo anche vigilare continuamente sugli interinali perchè non facciano sciocchezze o errori di cui poi saremmo chiamati a rispondere noi".

Quello dei precari è un capitolo nerissimo per l’handling. Secondo quanto riferiscono i lavoratori ("voi giornalisti dovreste venire a lavorare con noi un giorno, per rendervi conto di cos’è quaggiù"), i lavoratori interinali sarebbero "regolarmente" costretti a fare turni anche di 16 ore – un turno normale dalle 7 alle 15 poi,
con due ore di pausa, straordinari dalle 17 alle 23
: e questo con allarmante
regolarità. "Se oggi un lavoro lo fanno in cinque, domani perchè non lo possono fare in quattro, di cui magari tre interinali? Così ragiona l’azienda: ma noi abbiamo una famiglia da mantenere. Invece si impiega in gran numero personale extracomunitario – indiani, pakistani, ragazzi che si spezzano la schiena per giornate intere, ma non fiatano, al loro Paese c’è la fame". Forse gli operai che costruirono le Piramidi d’Egitto erano trattati meglio: almeno credevano in ciò che facevano.

Altri dipendenti dell’handling puntano il dito contro le promesse di lavoro regolare e stabile avanzate da Sea e dai politici negli anni della nascita della Grande Malpensa, promesse non mantenute.
"Malpensa darà lavoro a tutti, ci dicevano: ma la gente non dimentica" ringhia uno dei dipendenti. La cosa sarà di poca consolazione per chi, come gli ambientalisti e i comitati dei residenti della zona, a lungo e invano ha manifestato contro l’inevitabile
scempio a venire, incontrando spesso l’incomprensione di chi si aspettava lavoro e sicurezza dalla nuova infrastruttura.

L’esasperazione dei lavoratori dell’handling è ulteriormente
peggiorata da recenti disposizioni della direzione, molto criticate,
circa i bagagli che pervengono aperti aagli addetti. Dato che in passato sono stati arrestati, processati e condannati decine di dipendenti nell’ambito di indagini che hanno gravemente danneggiato l’immagine dello scalo insubrico, la questione è gestita con i piedi di piombo – per tacere delle problematiche di sicurezza, acutissime dopo l’11 settembre. "Di norma quando trovavamo un bagaglio aperto chiamavamo una guardia di sicurezza della Sea, e insieme si provvedeva a richiuderlo. Ora ci è stato ordinato di trasportare di persona i bagagli aperti, mancando il personale di sicurezza. E con tutte le telecamere installate che ci seguono passo passo, basterà che cada qualcosa e lo raccogliamo per essere accusati di saccheggiare i bagagli: in passato, oltre ai ladri veri, sono stati accusati anche non pochi innocenti. Perfino la Polizia ci ha detto di lasciar perdere, di non toccare i bagagli aperti, e semmai di chiuderli alla presenza di un nostro collega, in modo da avere testimoni". E quando qualche dipendente si è rifiutato di gestire i bagagli aperti come sopra prescritto, sarebbero subito scattate sanzioni e minacce. Insomma, una situazione degna di Orwell, fra il paranoide e il delirante, nel ventre di Malpensa, là dove il confine tra il lavoro e la servitù si fa ogni giorno più labile.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 31 marzo 2006
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