Sacconago non è una casbah

Fra sinaghini "doc" e immigrati nordafricani, più che astio, c'è incomunicabilità. E se i locali, a microfoni spenti, appaiono prevenuti, i nuovi arrivati non le mandano a dire

All’indomani dell’operazione dei Carabinieri nel centro storico di Sacconago, che nella notte di sabato scorso ha portato all’arresto di un clandestino reicidivo, all’emissione di due decreti d’espulsione e alla chiusura di un bar, si registra un clima di sostanziale incomunicabilità fra immigrati e sinaghini. Già da qualche anno il centro storico di Sacconago ha cambiato composizione etnica, popolandosi di immigrati dai paesi del Maghreb e dall’Egitto. Molti residenti del rione non hanno affatto gradito le nuove presenze.

Eppure via San Carlo, fulcro della comunità immigrata (se di comunità si può parlare), non sembra la casbah di Algeri. Nei cortili, panni stesi ad asciugare, e automobili nuove e ben tenute. Ai citofoni si leggono cognomi arabi, ma anche lombardi e siciliani, che rispecchiano la stratificazione sociale dell’ultimo secolo. I primi immigrati furono i veneti, durante la Grande Guerra, e già erano guardati con sospetto come "foresti" poveri in canna e pronti a tutto; poi intorno al 1970 arrivò l’ondata dei gelesi, e ci vollero vent’anni perchè venisse assorbita ed accettata. Ora è il turno degli immigrati nordafricani, malvisti ma finora sostanzialmente innocui.

Fra gli immigrati non tira una buona aria, specialmente dopo il raid dei Carabinieri. Il proprietario della macelleria di via Marelli, di orgine nordafricana, ha poca voglia di parlare, è duro ed aspro: "La gente di qui non si fida di noi. Ci sorride ma poi parla male alle nostre spalle. No, decisamente i rapporti con i vicini non vanno bene". Una sentenza pesante quella dell’esercente, evidentemente poco aggiornato sulle più moderne tecniche di marketing: ma la sua clientela è formata in prevalenza da correligionari. Appena più sfumato nei toni è Abdil, che troviamo in piazza con la sorella, zii e cugini. Abdil è parente di Mohammed, gestore del Lory’s Bar, chiuso la notte fra venerdì e sabato, ufifcialmente per gravi violazioni igienico-sanitarie, dopo un’ispezione congiunta di Carabinieri e Asl. "Andiamo male, è evidente che c’è del razzismo. C’è anche gente che si è messa a raccogliere firme per cacciarci dal rione, scommetto che è uno di loro che ha chiamato i carabinieri" commenta amaro, in un ottimo italiano ("lo studiavo a scuola già in Marocco" racconta). Da Abdil scopriamo che i "nuovi sinaghini" non sono tutti connazionali: "ci sono marocchini, certo, ma anche tunisini ed egiziani: e neppure ci conosciamo tutti". Un gruppo diversificato, dunque, che diventa un blocco compatto solo agli occhi degli "autoctoni" del rione. Un altro settore in cui si manifesta una strisciante xenofobia, dovuta più ad ignoranza che a cattiveria – perchè dei bustocchi si possono citare vari difetti, ma non la mancanza di umanità – è quello del lavoro, come conferma Abdil. "Ho lavorato come garzone di macelleria e come autista, sempre sotto padroni italiani, e sono sempre stato trattato male. A proposito, già che ci sei, puoi scrivere che sto cercando un altro impiego?"

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 marzo 2006
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