Un castiglionese nel cuore dell’Africa

Marino Langiu racconta la sua esperienza a cavallo tra Natale e Capodanno in Burkina Faso: immagini, colori e ricordi indelebili di un viaggiatore responsabile

Un viaggio in Burkina Faso. In tanti potrebbero chiedersi perché visitare il terzo paese più povero del mondo, un paese dell’Africa occidentale al limite sud della zona saheliana. Appena mi si è presentata l’occasione, ho colto la palla al balzo e  sono partito. Le motivazioni per cui ho scelto di buttarmi in questa avventura sono tante e diverse. Innanzitutto la curiosità dell’Africa, dei suoi colori, i suoi sapori e della sua gente. Poi il desiderio di condividere un’esperienza di viaggio del tutto nuova con un gruppo di amici: intraprendere un viaggio di turismo responsabile, infatti, vuol dire affrontare un’esperienza di conoscenza e di condivisione che non ha lo stesso spirito dei “last minute”, ma vuole essere rispettoso della realtà che si va ad incontrare e punta a costruire dei rapporti umani in cui poter soddisfare la voglia di incontrare e di parlare con nuove persone, di entrare nella vita giornaliera di una società tradizionale, non la solita offerta di un viaggio organizzato in qualche villaggio turistico.

Tra gli scopi del viaggio, anche la possibilità di visitare i progetti finanziati da Mani Tese e dal Comitato di Amicizia di Faenza, dove gli animatori di villaggio che lavorano per l’Ong italiana ci hanno permesso di  osservare alcuni villaggi in cui sono stati finanziati i progetti e a incontrare la gente che ne beneficia, ottima maniera per capire meglio la filosofia d’intervento e di come la popolazione gestisce questi progetti. Grazie anche alla solidarietà di buona parte dei castiglionesi, sono riuscito inoltre a portare un contributo per la maternità del villaggio di Tangaye.
Abbiamo girato per quasi tutto il Burkina Faso, ma la settimana passata nel villaggio di Tangaye è stata quella più densa di significato e più coinvolgente emotivamente. È una fotografia composta e variegata, quasi fosse il “Giudizio Universale” di Michelangelo. Ciò che permea ogni rapporto umano in questa parte dell’Africa sembra essere la voglia di dedicarsi all’altro e la semplicità dei gesti che ne accompagna la vita ordinaria di ogni burkinabè. In un villaggio in cui non si ha accesso alla corrente elettrica e al gas, dove l’acqua è disponibile solo grazie ad un pozzo realizzato da Mani Tese, fa tenerezza osservare la partecipazione alla veglia dell’ultimo dell’anno, in una chiesa piena e illuminata solo da qualche lampada a petrolio, in cui però risuona forte il canto di tutto il villaggio, accompagnato dagli strumenti tradizionali e sentire dentro di sè il calore umano che da questi canti traspare. Una fede coltivata e vissuta con sorriso e con una serenità che colpiscono i nostri occhi e i nostri cuori.

Ripensando a questa esperienza, rimango ancora stupito da come le emozioni siano emerse spontanee, senza una ricerca spasmodica di avvenimenti da mettere obbligatoriamente nell’album dei ricordi. Mi ha colpito il fatto che nonostante i paesaggi incredibili che il Burkina offre, la cosa che mi lega di più a questo viaggio sono i visi delle persone che ho conosciuto, le loro paure, i loro sogni, le loro speranze, la loro semplicità e la loro consapevolezza di contare come individui e la loro gioiosa fede. Un nuovo modo di concepire i rapporti sociali e familiari, dove non c’è spazio per l’egoismo e dove si trova sempre il posto per un saluto, per un sorriso sincero e un discorso a cuore aperto, rapporti comunitari e partecipativi. Non so se questa concezione della vita derivi da un certo tipo di “educazione collettiva”, ma certo ne pregna ogni loro scelta economica, religiosa, familiare e sociale, singola o collettiva che sia. A primo acchito in Burkina sembra tutto più giusto e più equo.
Riporto con me, dal continente africano, l’essenza della spiritualità africana, che consiste nel sentimento che ha l’essere umano di considerarsi allo stesso tempo come immagine, modello e parte integrante del mondo, nella vita ciclica della quale ci si sente profondamente e necessariamente partecipi. Un uomo più legato alla sua spiritualità e ai suoi rapporti con le persone che incontra lungo il suo cammino. Un messaggio che ho recepito dalle persone del Burkina incontrate in questo viaggio, forse la risposta migliore alle mie aspettative iniziali.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 marzo 2006
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