A Naveed piace qualsiasi lavoro

Primo permesso di soggiorno per i pakistani arrivati in Italia sulla tratta dei clandestini. Dopo una lunga battaglia legale il tar di Milano gli ha dato ragione

Per Muhammad Naveed Ahmad, nato a Kanhaval in Pakistan 30 anni fa,  il 13 giugno del 2006 sarà per sempre una data storica. E non perché c’è qualche partita del mondiale tedesco che lo interessa, ma perché ha vinto la partita della sua vita. Ha infatti ottenuto, su ordinanza del Tar di Milano, un permesso di soggiorno di sei mesi in attesa di occupazione con cui potrà finalmente lavorare in regola. È la fine di un incubo e l’inizio di una nuova vita, alla luce del sole senza doversi nascondere o temere di essere fermato per i controlli.
Naveed, appena ha saputo della notizia, ha portato cinque pasticcini al suo avvocato. Stringe tra le mani il permesso incelofanato con cura. Lo mostra senza toglierlo dall’involucro e stando sempre ben attento ai movimenti di chi lo tocca. « È stata dura. Senza lavoro in regola è casino nella vita. Sono felice. L’importante è lavorare, qualsiasi, a me piace tutti» dice nel suo italiano incerto.

L’uomo, che oggi vive a Tradate, era arrivato in Italia insieme ad un centinaio di suoi connazionali, nel giugno di quattro anni fa, dopo un lungo viaggio, per metà fatto in aereo e per metà in macchina. Una vera propria tratta di persone, dove erano coinvolti anche tre imprenditori italiani, che poi piazzavano questi lavoratori in nero soprattutto nel settore della ristorazione e dell’edilizia. I pakistani vennero assimilati nell’inchiesta penale ai loro sfruttatori perché non avevano mai lavorato per le tre imprese incriminate, ma avevano firmato ugualmente i documenti per la sanatoria. Perciò, in base alla legge Bossi-Fini, andavano espulsi. Molti di loro già lavoravano e qualcuno nel frattempo aveva pagato anche le tasse. Qualcun altro se ne è ritornato in Pakistan, mentre Naveed ha insistito nell’azione legale.  Il Tar di Milano, il 7 giugno scorso, ha emesso l’agognata ordinanza, costringendo la questura di Varese a rilasciare il permesso  che sarà valido  fino al dicembre di quest’anno. Se la questura non avesse ottemperato all’ordinanza, il tar era pronto a nominare un commissario ad acta.

«È stata una bella soddisfazione – dice l’avvocato dell’Anolf Enzo Cosentino -. Me lo aspettavo anche perché c’era una sentenza. Ciò che non mi aspettavo invece era tutta questa resistenza da parte della questura di Varese, anche perché a parlare non ero io ma il giudice del tribunale amministrativo di Milano. La ragione per me è semplice: non si voleva creare un precedente. Questa è brava gente, molti di loro hanno studiato e sono dignitosi. Adesso lavoreremo per gli altri».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 giugno 2006
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