Aumenta il lavoro nero. “La Biagi non ha risolto il problema”

Riprende a crescere il lavoro irregolare in provincia. Raddoppiato il personale dell'Ispettorato del lavoro

Il dato statistico raccolto da Inail, Inps e Ispettorato del lavoro parla chiaro: negli ultimi tre anni il numero dei lavoratori completamente in nero, cioè senza alcun contratto e senza essere iscritti a libro paga, è aumentato esponenzialmente, raggiungendo quota 1067 ovvero il 73 % del totale dei lavoratori non regolari che sono 1461. Questo è un dato approssimato abbondantemente per difetto, in quanto riguarda solo le aziende visitate dagli ispettori, circa 2600. I settori più esposti sono il terziario (ristorazione, pubblici esercizi, commercio al dettaglio, estetisti parrucchieri, dentisti e altri studi professionali, cooperative di lavoro nel settore delle pulizie, sanità privata) e l’artigianato (metalmeccanico, tessile ed edile).
(foto da sinistra: Marco Molteni, Gianmarco Martignoni, Sergio Moia e Ivana Brunato)

I lavoratori non regolari sono in totale 4639. Escluse le irregolarità dovute a errori sui premi assicurativi da parte delle aziende (non sempre dolosi) rimangono le situazioni più gravi: lavoro nero, appunto, premi fuori busta, rapporti di lavoro improprio, contratti fasulli, lavoro minorile, stage camuffati, falso lavoro autonomo e falsi artigiani.  In tutta la provincia ci sono 800 lavoratori circa che stanno facendo il tirocinio. Controllando un solo grosso gruppo di distribuzione sono stati trovati dodici falsi tirocini, mentre, per modalità, tempi e svolgimento, erano rapporti di lavoro subordinato a tutti gli effetti.

La situazione del mercato del lavoro non sembra, dunque, essere migliorata dopo l’introduzione della legge 30: «I dati – spiega Ivana Brunato, segretario provinciale della Cgil – indicano che la legge Biagi non ha cambiato la situazione, anzi in tre anni gli irregolari sono aumentati. La cosa paradossale è che l’utilizzo di questa legge all’interno dell’industria è marginale. Quello che manca oggi è la dimensione sociale d’impresa, che appartiene senz’altro alle grandi aziende, ma non a quelle piccole. Se ad esempio si controllasse una Whirlpool non si troverebbe nulla fuori posto».

«La destrutturazione del mercato del lavoro – aggiunge Sergio Moia, segretario provinciale della Cisl – non ha fatto emergere il lavoro irregolare. La flessibilità in un’epoca globalizzata puo’ essere utile, ma ci dobbiamo chiedere come realizzarla. Se aumenta il lavoro nero vuol dire che la via va corretta. Penso anche che le associazioni imprenditoriali debbano fare più cultura tra i loro associati, l’evasione contributiva non puo’ essere una chance competitiva».

Per una volta tanto, quando si parla di  ispezioni nei luoghi di lavoro, il tallone d’achille non è rappresentato dalla carenza di organico. Il personale dell’ispettorato, grazie all’ultimo concorso, è infatti quasi raddoppiato, passando da 19 a 37 ispettori. Un buon numero considerato che a livello regionale sono 236 e 850 su tutto il territorio nazionale. Il fatto nuovo di quest’anno è che accanto alla pianificazione dell’ispettorato del lavoro, che viene stabilita da Roma, è stata affiancata la pianificazione locale su indicazione dei sindacati.

Un altro dato preoccupante è l’alta percentuale di lavoratori stranieri tra gli irregolari: «La Bossi Fini ha fallito – spiega Gianmarco Martignoni -. Noi chiediamo che si ritorni alla Turco-Napolitano, una legge meno iniqua ma soprattutto che permette al lavoratore straniero di emergere dal lavoro nero, mentre oggi è in balia del proprio datore di lavoro che puo’ decidere di lasciarlo in questo stato anche dopo la sanatoria. Inoltre, nel caso venga scoperto viene denunciato alla procura  e rischia l’espulsione. Una vera beffa».

«All’interno del Cles  (Comitato per il lavoro e l’emersione del sommerso) – conclude Marco Molteni, segretario provinciale della Uil – il sindacato ha dato delle indicazioni utili rispetto ai settori dove intensificare i controlli. Sulle affermazioni di Confindustria circa le assunzioni di responsabilità del sindacato, non tengono conto che il sindacato quando firma un contratto si assume diritti e doveri. Forse ciò che gli imprenditori vogliono non è tanto una flessibilità in entrata quanto una flessibilità in uscita».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 giugno 2006
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