Che ingiustizia quel voto non concesso a noi giovani partigiani!

Il presidente provinciale dell'ANPI Varese racconta come, da giovane partigiano, visse le giornate che portarono all'elezione della Costituente e alla scelta repubblicana

Angelo Chiesa, classe 1927, centoventunesima brigata Garibaldi, presidente dell’ANPI Varese, ricorda così quelle elezioni del 1946: “Fu un momento molto importante e molto sentito da tutti, tuttavia non posso negare una certa delusione che noi giovani partigiani provammo per il fatto di non poter votare”. Il governo di unità nazionale aveva deciso infatti di dare questo diritto solo chi aveva compiuto 21 anni, e non 18.

“La democrazia italiana – prosegue l’ex partigiano di Venegono – ci negava la possibilità di poter usufruire di quelle stesse libertà che noi avevamo contribuito a conquistare combattendo contro il nazifascismo”.

Ci fu un movimento che sostenne la causa del voto a 18 anni?
«“Il Fronte della Gioventù, la principale organizzazione giovanile partigiana, portò avanti questa richiesta nel corso di tutta la campagna elettorale. Per quel che riguarda la nostra provincia, ricordo ad esempio che “Gioventù Unita”, settimanale del “Fronte” di Varese, nel numero 8 del 18 giugno del 1945, ne parlò in un lungo articolo dal titolo “Russo”.
La questione fu inoltre al centro del dibattito alla prima e unica assemblea provinciale del Fronte della gioventù che si tenne nell’autunno del ’46 alla Camera di commercio di Varese. Me ne ricordo perchè fui io ad aprirne i lavori». (nella foto il giovanissimo Chiesa tiene il discorso di apertura alla presenza del sindaco di Varese Cova e del presidente provinciale del CLN Camillo Lucchina, dietro di lui campeggia un cartello dei giovani di Lavena Ponte Tresa che recita: “Vogliamo il voto a 18 anni”)

Accettaste serenamente la decisione del Governo di non dare ascolto alle vostre richieste?
«Nonostante la delusione, accettammo la linea del Governo cercando di capirne i motivi. Tra questi sicuramente c’era la coscienza che non tutti i nostri coetanei, specialmente al Sud, parteciparono alla lotta partigiana. Molti anzi rifiutarono l’arruolamento nell’esercito democratico perchè stanchi della guerra».

Come ricorda la campagna elettorale per il Referendum istituzionale?
«Per quanto riguarda il referendum, noi giovani comunisti ci impegnammo attivamente per sostenere la Repubblica. Il re si era dimostrato complice del fascismo e non aveva fatto nessun tipo di opposizione, nè alle leggi razziali nè all’entrata in guerra. Questa opinione era condivisa anche da molti cattolici, specialmente al Nord».

E per quanto riguarda la Costituente?
«Fu una campagna elettorale molto sentita da tutti. Ci furono memorabili e intensi dibattiti tra le forze politiche ma non con i toni aspri che caratterizzeranno le politiche del 1948. Nel ’46 c’era ancora il Governo di Unità Nazionale ed il fronte delle forze antifasciste era ancora abbastanza compatto. Questo fattore ebbe conseguenze positive anche sul dibattito parlamentare per la stesura della Carta Costituzionale. Mi ricordo per esempio che ci fù una discussione molto accesa sull’art.7 riguardante il mantenimento dei patti Lateranensi del ’29. I socialisti furono i più strenui oppositori a questa proposta, ma ciò non impedì loro di votare il testo della Costituzione che faceva propri quegli accordi».

Quali furono le personalità più significative della nostra provincia in quegli anni?
«Per noi giovani comunisti, sicuramente Gianni Rodari, maestro di vita oltre che un grande maestro elementare. Non posso poi fare a meno di ricordare Ossola della DC, il sindaco di Varese: il socialista Luigi Cova, Ambrosoli e Noè del P.S.I e l’azionista Luchina: presidente provinciale del C.L.N. Potrebbe sembrare retorica ma allora la politica si faceva per passione non per la carriera. I politici di allora forse non erano acculturati come quelli di oggi, non avevano studiato ma erano persone di grande spessore umano».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 01 giugno 2006
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