Economia, come uscire dal pantano

Le ricette dell'Economista Mario Deaglio, che è stato ospite di un seminario all'Insubria

Non sono anni facili per l’occidente quelli che si sono conclusi e si prospettano: l’economia cambia alla velocità della luce, si sposta di continente, cambia aspetto e segue nuovi desideri, facendo sembrare  dinosauri aziende e paesi dinamici.

A fare il quadro di una situazione, preoccupante si ma soprattutto bisognosa di guizzi di fantasia per uscirne, è stato nell pomeriggio dell’8 giugno Mario Deaglio, una vita divisa tra l’accademia (è ordinario di Economia Internazionale all’Università di Torino) e il giornalismo (ora è editorialista della Stampa, ma è stato, negli anni ottanta, anche direttore del Sole 24 ore), in un seminario dal titolo "2006 un anno turbolento. Problemi e prospettive per l’economia italiana",  all’interno del ciclo "Nonsoloeconomia" promosso dalla facoltà di economia dell’insubria sotto la direzione dei professori Gioacchino Garofoli e Lelio Demichelis, che ha già ospitato altri "pezzi da novanta della cultura" come il sociologo Luciano Gallino.

La lezione di Deaglio ha compreso  gli ultimi sei anni economici del mondo e dell’Italia, da quando “Sembrava che l’economia non avrebbe dovuto fermarsi mai, il Dow Jones è andato oltre i 17000 punti e gli analisti dicevano che sarebbe arrivato a 30000. E ora è sotto gli 11000…”

In mezzo, diversi fattori che hanno decisamente cambiato il corso di quello che sembrava un decennio tutto in discesa per l’Europa: “L’esplosione cinese, il nervosismo americano, l’annus horribilis europeo: il 2005” ha sottolineato Deaglio.
In questi anni la geografia economia del mondo è mutata profondamente. “Basti pensare che la crescita mondiale nel 2005 è stata rappresentata per il 48% da India Cina e tigri asiatiche e per il 6% dal Giappone, cioè oltre la metà arriva dalla quella zona – spiega Deaglio – mentre fino al duemila era l’area atlantica cioè Stati Uniti e Europa a rappresentare la metà della crescita, mentre nel 2005 ne rappresenava solo un quarto”

E mentre l’occidente pensa ancora che l’economia cinese sia formata da una massa di straccioni che copiano l’eccellenza occidentale, l’Asia ha già fatto il sorpasso della modernità: “ A Shangai sta per essere ultimato il World Financial Centre, il grattacielo più alto del mondo (492 mt) con un progetto totalmente asiatico. E’ uno dei 3000 grattacieli della città cinese”.

Tra l’altro, del miliardo e 300mila abitanti di cinesi, 500milioni sono agricoltori: se facessero gli operai e producessero come noi realizzerebbero tutto il prodotto interno lordo del mondo intero. «Chi governa la Cina lo sa e per portare questa gente gradualmente (in 20-25 anni) ad urbanizzarsi, ha scoperto che deve avere una crescita almeno del 7,5-8% annuo. Una percentuale enorme, se pensate che l’italia del miracolo economico è salita del sette per cento soltanto un anno».

La loro determinazione è notevole: «Non c’è da stupirsi se già ora la maggioranza dei televisori sia prodotto in Cina, e questo stia per accadere anche per i pc. Ma ha fatto anche di più: ha fatto grandi acquisti finanziari, acquistando una buona parte dl debito pubblico italiano, e molte delle loro riserve sono in dollari ed euro, tanto che se volessero potrebbero influenzare la politica valutaria di quelle monete».

Per il momento non lo fanno, ma la loro politica monetaria è molto accorta nel dare segnali anche, appunto politici, mentre gli Stati Uniti perdono terreno, pure sembrando sostanzialmente stabili: cosa che per gli economisti non è una buona notizia, di solito.

E l’Italia? Arretra, nelle classifiche dei paesi industrializzati: «Chi si ricorda chi diceva che l’Italia stava per diventarela quarta potenza mondiale negli anni 80? Allora Olivetti, Gardini e molti altri si stavano comprando il mondo, acquistendo molte leadership europee e mondiali (i pc, lo zucchero) in diversi settori. Ora siamo a meno 30%, contro una sostanziale stabilità dei tedeschi, i più vicini a noi per problematiche sociali e dinamiche economiche»

Tra i principali i problemi italiani Deaglio ricorda le infrastrutture, l’ energia, l’istruzione e la ricerca scientifica «Anche se riguardo a questo non bisogna essere catastrofisti perchè siamo gli ottavi al mondo». Ricorda anche le bizzarre situazioni politiche «Uno studio si è preso la briga di verificare quanto tempo è stato perso in 50 anni nei paesi europei per crisi di governo: in Italia ne sono stati persi 5, contro la media continentale di 2 anni e le poche settimane perse in Inghilterra», e i vari costi da rigidità sociale come distribuzione e struttura salariale.

Deaglio segnala inoltre il fatto che il settore privato della produzione è stato svuotato da cessioni ad imprese estere di grandi aziende, che di fatto riducono la presenza italiana sui mercati «Una volta l’Olivetti era il più importante produttore di PC  in Europa, ora non c’è più. Avevamo una consistente presenza nella produzione di telefonini e ora non ci siamo più. E sono state vendute a investitori esteri anche l’industria farmaceutica,  e quella ferroviaria. Con il risultato che ora siamo  mal posizionati per settore, e settori volatili che in altri paesi pesano meno sulla bilancia commerciale per noi sono fondamentale: penso solo alle industrie legate al made in Italy come moda desing e calzaturiero: in in Francia pesano il  7% in Italia il  30%».

Peccato, perchè di segnali di ripresa ce ne sarebbero: salvate industria motociclistica e di cantieristica navale, trovata una collocazione stabile per Finmeccanica e notato un sensibile aumento di ordini nelle fiere di primavera, qualcosa si potrebbe ricominciare a fare. Ma cosa?

«Creare prodotti a basso costo e a larga diffusione, reinterpretando alcuni prodotti avanzati  – ha azzardato Deaglio – Una capacità che gli italiani hanno da sempre: basti pensare allo scooter per le motociclette, alla macchina da scrivere che diventa portatile, all’invenzione della Nutella per chi non poteva permettersi il cioccolato. Questo è un momento dove si potrebbero inventare snack con poche calorie a poco prezzo, per rispondere ai bisogni delle fasce meno abbienti, per esempio. Ma le idee sono infinite, ed è difficile pensare qualcosa prima»

Le condizioni esterne per crescere, invece, sono le solite: «l’esistenza di un mercato di sbocco, il  supporto delle banche, la formazione del capitale umano, l’eliminazione di nodi infrastrutturali, la sistemazione sistema fiscale».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 giugno 2006
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