Il miele e le mosche

La scorsa settimana ho considerato quanto costa la democrazia rappresentativa avvalendomi di informazioni fornite da due senatori della Repubblica, Cesare Salvi e Massimo Villone, entrambi dei DS, che sentono il problema. Come ho detto, il costo non mi pare sia l’essenza del problema. L’essenza è che l’alta remunerazione, il potere e i privilegi, l’irresponsabilità politica, attirano molti candidati a concorrere per cupidigia e non per vocazione. Queste tre componenti sono il miele che attira le mosche. E quali protezioni vi sono contro le mosche?
Per cominciare sarebbe bene togliere o moderare le citate componenti. Lo stato italiano può certo permettersi di pagare circa 200.000 euro all’anno ogni deputato o senatore, e così via scendendo per la scala dei rappresentanti politici ed amministrativi eletti; e può anche permettersi di concedere altri privilegi quali: 4.000 euro mensili per un portaborse (può ben essere un parente o un famigliare), 2.900 euro al mese per spese di affitto, la disponibilità gratuita di numerosi servizi quali: telefono cellulare, ingressi al cinema, teatro e tribuna d’onore allo stadio, viaggi gratuiti in autobus e metropolitana, aereo voli nazionali, autostrade, piscine e palestre, ferrovie dello Stato, assicurazioni infortuni e morte, ricovero in clinica e uso palestra, una pensione dopo 35 mesi di mandato parlamentare (da raffrontare ai 35 anni di contribuzione del normale cittadino lavoratore), e così via. Mi sono arrivate queste notizie da una indignata e-mail fatta circolare, ed ho riscontrato su vari siti internet questi elenchi esibiti con senso di irritazione. Questo stato di cose è stato raggiunto progressivamente, e dimostra ad evidenza che si è formato uno spirito corporativo dei rappresentanti del popolo che hanno, avendone il potere legislativo, consolidato e arricchito senza pudore il loro trattamento economico e normativo, e questo, da parte dei legislatori dello Stato, è immorale. Sarei stupefatto ma ammirato se il parlamento votasse alla unanimità (ma mi basta una maggioranza) l’adeguamento dei costi dei propri componenti a quanto può essere il costo di dirigenti aziendali in trasferta. Eppure sarebbe giusto e morale. Salvi e Villone citano un ammonimento di Max Weber nei primi anni della Repubblica di Weimar secondo cui un sistema democratico non regge se “tutti vivono di politica e nessuno vive per la politica”. Essi affermano che la politica deve tornare ad attirare chi la considera un luogo alto nel quale far valere le idee nelle quali crede e non deve essere una carriera nella più grande azienda pubblica italiana.
Quale è la sede della politica in democrazia? Non necessariamente il parlamento, ad un estremo, e nemmeno il bar dove, oltre che di calcio, si discute di politica, all’altro estremo. Sono i partiti. Dove i cittadini che hanno ispirazioni simili si riuniscono, discutono, elaborano idee, programmi ed azioni, e cercano di diffonderli tra i concittadini. Grazie ai partiti si è formata e sviluppata una coscienza democratica che ha realizzato la resistenza antifascista, ha portato alla costituzione repubblicana e ad uno stato moderno e democratico. Uso spesso la parola democrazia, e mi rendo ben conto che essa può essere una maschera che nasconde un vuoto di contenuti reali. Ma due caratteristiche sono vitali e comunque la differenziano da una dittatura: la libertà di parola e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Sento il bisogno di fare questa precisazione perché la nostra democrazia rappresentativa mi lascia molto perplesso. Il cittadino è chiamato a votare ogni cinque anni e il suo voto viene condizionato (non illudiamoci che così non sia) da tecniche di marketing efficaci se pur costose, valide per lanciare con successo un film, una soubrette di varietà, un detersivo e, perché no, un candidato politico.
Nella vita di partito il cittadino ha modo di formarsi idee, di conoscere le persone e di valutarle, di scegliere i candidati rappresentanti al parlamento e nelle amministrazioni, di esercitare una critica costruttiva verso ogni deviazione dall’interesse pubblico. Ma i partiti devono essere messi in grado di funzionare correttamente, senza dovere incorrere in tentazioni di trovare ogni tipo, lecito e illecito, di contribuzione per fare fronte alle spese necessarie, e senza che dispongano, d’altro canto, di mezzi finanziari spropositati e amministrati a piacere dai dirigenti. Quindi il problema del controllo democratico si sposta dallo Stato ai partiti. Sono rimasto colpito quando poco tempo fa in un dibattito televisivo Vittorio Feltri, direttore del giornale di destra Libero, ha definito Forza Italia come un partito leninista perché tutto vi è deciso dal vertice senza coinvolgere minimamente la base.
Anche qui, sarei meravigliato e ammirato se il parlamento votasse (e lo può ben fare) un finanziamento della politica che consenta una vera e consapevole partecipazione dei cittadini. Basta poi prendere esempio da altre nazioni d’Europa.
Non sono questioni di dettaglio. Sono regole altrettanto importanti che definire una costituzione (che grazie a noi già abbiamo) per realizzare una vera democrazia partecipata.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 giugno 2006
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