Il no-profit cambia pelle: «Ora il segreto è saper comunicare»

Il direttore del Cesvov Ampollini lancia un appello al mondo del volontariato: «È il momento di farsi conoscere e scegliere la qualità»

«I volontari veri sanno che la nostra realtà è cambiata e che per stare in piedi le loro associazioni dovranno migliorarsi e in alcuni casi scegliere nuove strade». È un momento delicato quello che il terzo settore sta affrontando e Maurizio Ampollini, direttore del Cesvov lo sa bene. La sua organizzazione, nata nel 1997 con lo scopo di "dare servizi ai volontari", di cambiamenti ne sa qualcosa: in quasi dieci anni è passata da 11 a 97 soci, da 2 collaboratori part-time a 7 dipendenti più una squadra di operatori e stagisti.  

«La mia non è una protesta, non mi lamento dello stato attuale del settore – precisa Ampollini – le persone ci sono, gli enti locali ci sostengono, l’opinione pubblica ci considera con grande attenzione e stima ma bisogna riconoscere che le dinamiche esterne sono cambiate e che servono salti di qualità. Per sopravvivere e crescere dobbiamo accettare le nuove regole del gioco».

Queste regole sono la capacità di comunicare e di rapportarsi con l’ambiente esterno. Potrebbe suonare strano, quasi come una contraddizione, parlare di competizione in riferimento al mondo del no-profit ma quella che Ampollini solleva è un’osservazione necessaria: «Ora le organizzazioni sono in concorrenza. Un esempio? La corsa per il 5 per mille che ha involontariamente scatenato un confronto tra gli enti del no-profit. È la dimostrazione di quanto sia diventata importante la comunicazione e di come sia impensabile non dotarsi di strumenti che permettano a chi sta all’esterno di vedere e conoscere cosa facciamo e come funzioniamo».

È proprio questo che nel 2005 spinse il Cesvov ad adottare il suo primo bilancio sociale e a ripeterlo quest’anno. «Ci è costato  lavoro, tempo e impegno ma ne è valsa la pena: vogliamo trasmettere la massima trasparenza ed essere come una casa di cristallo per chi ci vede da fuori. Dobbiamo essere consapevoli che la nostra attività ci mette costantemente nella condizione di valutarci e di diventare dinamici come il contesto in cui operiamo. Nel 2005 sono stati ridotti i fondi per le nostre associazioni e siamo stati costretti a prestare più attenzione alla gestione e all’organizzazione: da un certo punto di vista è stato provvidenziale, ci ha fatto capire che le nostre organizzazioni non possono più permettersi di dormire sugli allori. Lo dico per spronare le associazioni a stare attente e a svegliarsi. Il Cesvov non è sul territorio per insegnare come lavorare ma piuttosto per aiutare le altre realtà a crescere, assisterle come un fratello maggiore».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 giugno 2006
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