“Ormai la strada è un luogo di morte”

Riflessioni dell'associazione familiari vittime "Per uan strada che non c'è" a margine dell'impressionante sequela di incidenti gravi e mortali sulle nostre strade

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato dell’Associazione Familiari Vittime "Per una strada che non c’è".

Ancora oggi un giovane di 23 anni, Fabio, e un automobilista di età non ancora pervenuta, hanno lasciato la loro vita sull’asfalto.
Chiediamo a tutti i mezzi di informazione locale di intensificare ancora di più la loro campagna che già stanno conducendo sulla sicurezza stradale.
Creare un clima simile a quello che si respirava quando era in voga l’influenza dei polli.
Dobbiamo fare allarmismo? Certo davanti a questi dati ognuno di noi deve aver paura quando esce dal proprio cancello con un mezzo o a piedi.
La strada, lo dimostra la realtà, è un luogo di morte.
Le TV nazionali hanno battuto in modo continuativo sulle stragi del sabato sera, presentando ogni volta le tragedie di tre o quattro ragazzi da una parte e 4 o cinque dall’altra. Questo va bene, che se ne parli anche se fosse un solo ragazzo che perda la vita a fine settimana.
Ha avuto però un effetto mediatico tale da falsare la realtà. L’equazione è che quello che si vede alla TV esiste, viceversa per quello che non viene presentato dal piccolo schermo.
In sostanza ha convinto la gente, o meglio la moltitudine, che sulle strade muoiono solo 7, 8 ragazzi a fine settimana, e dopo la discoteca.
Non hanno mai comunicato dopo aver presentato le otto vittime che nello stesso giorno ce ne sono state e ce ne sono altre 15 e durante la settimana altre 150.
La realtà della provincia di Varese smentisce in modo tragico l’informazione “ufficiale” che è stata veicolata dai mezzi nazionali.
Per chi si interessa della problematica restano le cifre: circa 8.000 vittime all’anno ( 8 con tre zero, ecc.) sono numeri.
La perdita della vita, in questa organizzazione sociale, assume un valore diverso rispetto alla causa.

Forse la consulta della sicurezza stradale, gli organi ministeriali che devono occuparsi della salvaguardia della nostra vita sulle strade, o i burocrati addetti alla sicurezza, hanno tradotto la morte dei nostri figli solo come numeri statistici. Non conoscono il volto, l’età, il luogo dove hanno perso la vita, non si sono impegnati, nel particolare, a risalire a cause e concause per eliminare tutto ciò che rappresenta un rischio. Anche se la responsabilità è attribuibile al conducente. Quando in fabbrica un lavoratore commette un errore, il sistema di sicurezza è concepito in modo tale da bloccare l’impianto: si salva la produzione, le macchine, ma soprattutto la vita umana.
Le considerazioni sono legate all’aumento o alla diminuzione della percentuale, collegando soluzioni o pensando interventi che in altri paesi sono attuati da anni.
Pensiamo che sarebbe necessario sommergere gli uffici dei responsabili della sicurezza con la rassegna di ragazzi che non ci sono più (con nome cognome, fotografia, data, luogo e periodo dove è avvenuta la tragedia, ecc) in modo tale che entri nel DNA che la strage è fatta di persone e non di numeri o di percentuali.

A proposito delle possibili soluzioni consiglieremmo di recarsi alle ambasciate di Svezia, Finlandia, Danimarca e Francia per farsi dare le normative in atto nei loro paesi. E capire gli interventi che hanno fatto.
Perchè loro sono riusciti a ridurre in modo considerevole le vittime della strada.
Per il momento, la priorità non è quello di avere ulteriori suggerimenti tecnici di come si costruiscono in sicurezza o si migliorano le infrastrutture.
La priorità è quella di garantire come gli organi preposti si colleghino con la realtà e indicano a chi ne ha titolo i tempi per applicare le conoscenze già raccolte.
Al motociclista, che sulla tangenziale è in grave condizioni e ha lasciato letteralmente il braccio e una gamba, recisi, sull’asfalto, grazie ai guard rail costruiti senza cognizione, si poteva evitare questa fine se avessero applicato i guard rail mono lama che già si applicano in Francia e in altri paesi. Su questa materia non occorrono studi, basta prendere contatti con i "motociclisti incolumi".

L’ultimo indirizzo legislativo prevede che il proprietario o responsabile della strada non rispondano del fatto che ci siano buche che rappresentano un serio pericolo se non ne sono stati informati. Perchè non si lavora per fare in modo che i responsabili siano tali e non lo diventino i cittadini che non avvisino sulle cattive condizioni delle strade?
E questo solo per trattare le cose più ordinarie.
Per soluzioni per migliorare la sicurezza stradale bisognerebbe leggere la comunicazione dell’UE n 311 del 2.06.03.
Denunciare che l’obiettivo dell’Unione Europea di raggiungere la diminuzione del 50 % entro il 2010 è un’offesa ai cittadini e ai conducenti. La Svezia si è posta l’obiettivo vision zero che prevede zero vittime.
Perchè l’incidente, secondo il vocabolario italiano è un fatto inaspettato, imprevedibile e non programmabile.
Ma probabilmente con questa tendenza che si manifesta nella nostra provincia e in altre, la diminuzione del 50% delle vittime rimane un obiettivo difficilmente raggiungibile.

Cordiali saluti
Per l’associazione

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 giugno 2006
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