Patrizia Tomassini: “Fare scuola è anche fare cultura”

Il neo assessore racconta le sue prime emozioni, i primi progetti e la sua esperienza da insegnante nei progetti legati agli immigrati

Una vita dedicata alla scuola. Prima come insegnante di lettere nella scuole superiori e poi con un incarico nell’ex provveditorato per l’insegnamento dell’italiano per gli studenti stranieri.
Patrizia Tomassini è entusiasta del suo nuovo impegno. "Non ho chiesto io di diventare assessore e quando mi è stato offerto ho accettato con piacere. Mi piacciono le esperienze nuove e trovo gratificante essere in questo nuovo ruolo".
Varesina di adozione dal 1970, ha la sua terra natale nelle Marche a Sambenedetto del Tronto. Due figli, ormai "vecchi", come lei ama definirli, e un marito pieno di passioni per la cultura. Milita in Forza Italia dalla nascita del movimento. Ha fatto tutte le ultime campagne elettorali ed è stata nella segreteria degli azzurri cittadini occupandosi di scuola.
Negli utlimi tre anni ha lavorato per il Csa ad un progetto provinciale legato all’immigrazione. "Un’esperienza bellissima che è nata dalla mia attività di insegnante. Di fronte a uno dei primi alunni stranieri sentii il bisogno di una formazione specifica e così frequentai un corso di un anno all’Università alla Bicocca. Un lavoro poi che mi ha arricchito molto. Ho imparato che occorre programmare e non farsi sopraffare dall’emergenza".

Come mai questo interesse per i ragazzi immigrati?
«Educare vuol dire guardare al futuro e la nostra idea di accoglienza si è sviluppata molto nella scuola. C’è maggiore attenzione all’arrivo dei ragazzi e se lo si fa con tutti come non farlo con chi arriva nel nostro territorio e ha magari anche problemi di lingua e di inserimento. Occorre poi un passo successivo che riguarda l’integrazione. Questa non deve mai essere unilaterale. L’interazione è essenziale e quindi vanno coinvolti tutti i soggetti. Ma per farlo occorre conoscere. Questo è il punto di partenza di ogni lavoro con i ragazzi».

In una ricerca dell’Università Bocconi in collaborazione con quella di Londra emerge che gli stranieri clandestini hanno una scolarità più alta dei nostri giovani. Come valuta un risultato così?
«La mia esperienza mi fa dire che, quando i ragazzi che hanno una precedente scolarizzazione nei loro paesi di origine imparano la nostra lingua danno il lungo ai nostri. Sarà per l’attenzione dei genitori o perché da loro la scuola è vissuta come un’esprienza fondamentale, ma intanto questi ragazzi sono davvero bravi, quindi non mi stupisco di quei risultati».

È presto per parlare del suo lavoro, ma una qualche idea se la sarà fatta sulle urgenze priorità…
«Prima di fare qualsiasi progetto voglio conoscere cosa esiste. Questo è un assessorato che ha lavorato tanto. Gestisce servizi rivolti a migliaia di persone che vanno dagli asili nido fino alle famiglie. La prima cosa che vorrei fare è quella di ridurre le liste di attesa proprio ai nidi. Mi piacerebbe realizzarne di nuovi perché questo è un modo concreto di aiutare le donne che lavorano e non sempre hanno chi le aiuta. Ci sono servizi che funzionano molto bene e uno di questo è partito proprio in questi giorni e mi riferisco ai centri estivi. Quest’anno li gestiamo direttamente noi prestando attenzione, con l’ausilio degli scout, ai problemi della sicurezza e della protezione civile. Un altro mio desiderio è quello di incentivare l’invito alla lettura per i bambini. Da ultimo mi piacerebbe avviare dei progetti sulla creatività. Il mio obiettivo è far star bene i bambini».

Si è accorta che delle quattro maggiori città della provincia che hanno appena rinnovato le amministrazioni lei è l’unica donna in un posto di vertice?
«Purtroppo si e mi spiace perché di donne brave e competenti ce ne sono molte. So che può sembrar strano ma io non farei adesso una questione di quote rosa. Non bisogna pensare alle donne in un certo ruolo solo perché previsto magari da una legge. Le donne hanno pari capacità e quindi devono avere ruoli importanti».

Va bene, però non è così. Perché?
«Non lo so, non ho una risposta. Lo vedo anche io e mi stupisco perché si fanno dei gran discorsi e poi questo è il risultato».

Non ha il timore che dandole un assessorato come i servizi educativi venga considerata come una seconda linea?
« No, niente affatto perché questa Giunta lavorerà in modo collegiale sul serio. Siamo una squadra e tutti contiamo allo stesso modo. Poi il mio è un assessorato che deve interagire molto almeno con i servizi sociali e la cultura perché fare scuola è anche fare cultura».

Qual è il suo  sogno per Varese?
«Farla tornare la città giardino. una città bella, ordinata, semplice in cui si viva bene senza troppo stress. Insomma cose normali, ma credo che i cittadini abbiamo bisogno di questo».

I suoi interessi oltre la scuola e la politica?
«Il volontariato. Collaboro da tanto con Varese con te. Credo occorra lavorare di più per abbattere tutti gli ostacoli per chi ha difficoltà. Occorre partire da gesti concreti e semplici come eliminare le barriere architettoniche. Io sembro calma, ma invece mi agito molto, sono emotiva e mi piacerebbe veder risolti i problemi di chi soffre per varie ragioni. E questo ancor di più se sono bambini»

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 20 giugno 2006
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