Adamoli: «Partito Democratico sì, federazione no»

Prosegue il dibattito sul futuro del centrosinistra. L'opinione del politico varesino, componente dell'assemblea nazionale della Margherita

Dopo il Congresso del Partito Socialista Europeo di qualche giorno fa Ciriaco De Mita ha dichiarato che il «Partito Democratico non è morto, semplicemente non esiste». Questo non dipenderebbe a suo dire dalla proposta del PSE di ospitare la Margherita in una casa dove noi non vogliamo andare a vivere (problema sicuramente ancora aperto), ma dal fatto che «alle nostre assemblee non ce né uno a favore del progetto. Solo gli oligarchi ormai ne parlano».

All’amico De Mita domando: ma allora perché hai sottoscritto la mozione congressuale di Rutelli, che anch’io ho firmato fra i primi, nella quale è espresso un indirizzo chiaro a favore del Partito Democratico?
A De Mita soggiungo poi che la sua affermazione «il Partito Democratico non fa nemmeno parte del nostro linguaggio» non risponde al vero, come dimostrano i Congressi provinciali in corso, compreso il nostro di Varese di 10 giorni fa, che aveva per titolo “Dalla Margherita al Partito Democratico”.
Ma anche nei DS la situazione è complessa. Non mi riferisco tanto a quei settori che si oppongono strenuamente al Partito Democratico. Che lo facciano alla luce del sole è positivo. Mi riferisco a quei dirigenti i quali affermano che i DS non perderanno mai la tradizionale identità socialista. Se loro vogliono conservare la propria identità di oggi, e noi la nostra, un partito nuovo non ci sarà mai, al massimo si perverrà ad una federazione di partiti sbiadita, inutile, perfino dannosa per la politica italiana.
Quel che ci vuole, al contrario e senza ripudiare il passato, è proprio costruire una identità nuova per un partito dei riformisti italiani del ventunesimo secolo, che superi le connotazioni ideologiche e le forme organizzative vecchie e sorpassate. Questo profilo identitario nuovo è un cantiere aperto ormai da un pezzo e con risultati apprezzabili su Costituzione, europeismo, visione internazionale, società solidale e insieme meritocratica e competitiva. E poi ancora sulla natura di un partito pluriculturale, laico, nazionale ma articolato regionalmente.

Senza un forte baricentro riformista, che sa ascoltare i sindacati ma rimanendone del tutto autonomo, le riforme del welfare state, le liberalizzazioni, la modernizzazione dello Stato e della società resteranno illusioni. L’esperienza, pure positiva del Governo Prodi, lo sta dimostrando giornalmente. Chi guida il Paese, si domanda la gente anche senza malizia, l’Ulivo o la sinistra radicale?
«Non ce la farete mai a raggiungere questo grande obiettivo se non coinvolgerete il “popolo delle primarie”», sento ripetere dalle organizzazioni uliviste. Devo dire che hanno ragione e se non sono creduto nel dire questo valga almeno la logica politica molto concreta che adesso spiego.
La forza elettorale di Margherita e DS è esattamente uguale a Varese, mentre i DS hanno rispettivamente il 2% e il 6% in più in Lombardia e in Italia. Ma la sproporzione nell’organizzazione e nella militanza è enorme e questo pesa molto sui congressi, sulla scelta delle leadership, sulla linea politica, sui voti di preferenza nelle competizioni elettorali. Le cifre parlano chiaro. A Varese: Margherita 700 iscritti e una cinquantina di Circoli, DS 3.500 iscritti e un centinaio di sezioni. In Italia: Margherita 250.000 iscritti e 2.000 circoli, DS 550.000 iscritti e 7.000 sezioni.

Se conserviamo le rispettive identità, se le culture di riferimento restano tali e quali senza influenzarsi reciprocamente, se non c’è un disegno politico solido e condiviso, perché mai una persona come me dovrebbe aderire ad una formazione politica nella quale sarebbe minoranza permanente? È chiaro che non voglio uno sbocco di questo tipo, che sono interessato all’immissione di forze popolari, di gruppi e movimenti che possano favorire un rimescolamento profondo delle carte. Del resto solo così, e rifiutando l’idea della Federazione, può nascere un partito davvero nuovo se no potrebbero avere ragione quelli che vogliono mani libere.
Un tale progetto avrà successo? Una previsione certa non è possibile, ma questa è un’altra storia, che però vale la pena di scrivere insieme, con impegno e convinzione.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 dicembre 2006
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